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Economia
Rcs Libri e Rai Way, Berlusconi in cerca di alleanze europee


La famiglia Berlusconi fa cassa e rilancia: ceduta attraverso la holding Fininvest una quota di Mediaset (sul mercato sono stati collocati 91 milioni di azioni, il 7,88% del capitale, a 4,10 euro l’uno per circa 377 milioni di euro di incasso lordo) nel giro di pochi giorni sono subito arrivate le conferme di un’offerta da parte di Arnoldo Mondadori Editore (che Silvio Berlusconi controlla attraverso Fininvest per il 53%) per Rcs Libri ed un’Opas sulle le torri di Rai Way da parte di Ei Towers (che l’ex presidente del consiglio controlla al 40% tramite Elettronica Industriale).

La razio industriale delle due operazioni è chiara: fare crescere di taglia tanto Mondadori quanto Ei Towers in termini sia di fatturato sia di utili, inglobando le attività dei rispettivi concorrenti italiani. Ma subito sono si sono levati moniti da più parti per la valenza “politica” di entrambe le mosse, che non è detto siano destinate al successo, non fosse altro per l’impegno che comporterebbero. Mondadori dovrebbe infatti offrire almeno 130-140 milioni (anche se le attività in questione sono valutate 2017 milioni nell’ultimo bilancio di Rcs Mediagroup, avendo però in pancia 35 milioni di liquidità che potrebbe essere svuotata prima della cessione), Ei Towers offrendo 4,5 euro per azione in caso di adesione al 100% dovrebbe sborsare circa 1,22 miliardi tra contanti (3,13 euro per azione, ossia circa 850 milioni in tutto) e titoli (0,03 azioni Ei Towers di nuova emissione per ogni titolo Rai Way conferito).

In tutto sarebbero oltre 1,35 miliardi, col rischio per Mondadori di dover ricorrere ad un mini-aumento di capitale da 50-100 milioni per non appesantire troppo l’esposizione debitoria e a maggior ragione potrebbe esservi costretta Ei Tower, che a fine settembre presentava debiti finanziari netti per 131,2 milioni di euro a fronte di un patrimonio netto di 556,5 milioni, con un Ebitda ante componenti non ricorrenti di 80,6 milioni di euro. Non solo: che senso può avere per Fininvest, si domanda qualche analista, disinvestire dal “core business” della televisione per poi reinvestire in carta stampata e torri del digitale terrestre, attività altrettanto legate a business maturi, per di più col rischio di qualche contropartita da offrire all’Antitrust in cambio di un via libera?

Il senso, sussurra qualcuno, potrebbe trovarsi fuori dall’Italia, in vista di future alleanze continentali che vedrebbero il gruppo Berlusconi portare in dote asset e quote di mercato importanti per gruppi come Bertelssman o Axel Springer in campo editoriale, piuttosto che Abertis (che ha già rilevato le torri di TowerCo, ceduta da Atlantia per poco meno di 95 milioni di euro) per quanto riguarda il business del broadcasting, un business che sta registrando da qualche tempo un’accelerazione con altri operatori come Telecom Italia pronti a scorporare e quotare le proprie attività (Inwit, la Newco cui sono state conferite le torri dell’ex monopolista telefonico italiano, potrebbe sbarcare in borsa entro giugno secondo quanto ha confermato in questi giorni il numero uno di Banca Imi, Gaetano Micciché).

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