Data center sotto esame e investimenti colossali: la vera prova dell’AI si giocherà nelle imprese
Tocca ancora parlare di bolla. Basta leggere i giornali di questi giorni, dopo la sconfitta di Trump nelle elezioni di midterm, per avere la sensazione che il mondo sia improvvisamente precipitato sull’orlo del baratro. I mercati hanno sbandato, anche violentemente. La parola che rimbalza da una pagina all’altra è sempre la stessa: crollo, crollo, crollo. A quanto pare, basta una correzione significativa per trasformare una fase di assestamento in un’apocalisse finanziaria. Che ci sia stato un ridimensionamento importante è fuori discussione; ne abbiamo già parlato su queste colonne.
Per molti mesi alcuni titoli legati alla filiera dell’intelligenza artificiale hanno messo a segno performance straordinarie, ma sarebbe sbagliato liquidarle come una corsa speculativa priva di fondamentali. Dietro a quelle valutazioni ci sono stati ricavi, utili e risultati aziendali concreti. Non significa che qualsiasi investimento sia giustificato e coerente con le attese di ritorni o che certi titoli fossero ipercomprati, né che tutto ciò che porta l’etichetta AI sia destinato a diventare oro, ma non bisogna sempre sovrapporre le valutazioni con il valore. Non a caso, mentre si annunciano disastri e crolli, c’è già chi comincia a sostenere che una parte del mercato americano presenti oggi valutazioni interessanti. Insomma, parliamo di dinamiche del tutto normali (e salutari) per chi decide di investire sui mercati azionari. La discontinuità politica americana potrebbe mettere in discussione qualche rendita di posizione di cui le Big Tech hanno goduto finora, soprattutto sul terreno delle autorizzazioni, della regolamentazione e dello sviluppo delle infrastrutture.
Sui data center, per esempio, potrebbero arrivare maggiori controlli, tempi più lunghi e qualche ostacolo burocratico in più. Lo scenario normativo potrebbe dunque diventare meno accomodante, ed è giusto mettere in conto che la stagione delle porte spalancate non sia destinata a durare per sempre. Ma attenzione a non confondere una maggiore regolamentazione con la volontà di sabotare i propri campioni industriali. Questo vale per i democratici come per i repubblicani, perché la leadership tecnologica americana non è una questione di appartenenza politica, ma un interesse strategico nazionale. Una buona parte della crescita degli Stati Uniti è legata a questi colossi, ai loro investimenti e alla capacità di trascinare intere filiere produttive; per questo non riesco a immaginare che un Congresso democratico e una futura amministrazione democratica possano avere interesse a mettere i bastoni tra le ruote a chi oggi detta il passo dell’innovazione. Qualche freno, qualche vincolo, qualche regola in più certamente, ma una politica deliberatamente ostile ai propri campioni nazionali molto meno. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di consegnare ad altri la leadership dell’intelligenza artificiale e sarebbe singolare pensare il contrario. Il vero interrogativo, semmai, riguarda la scommessa gigantesca che si nasconde dietro l’intelligenza artificiale, cioè capire se gli investimenti colossali messi in campo troveranno un riscontro proporzionato nella trasformazione concreta delle imprese.
Di questo si parla ancora troppo poco, perché è molto più facile discutere di capitalizzazioni, multipli e grafici di borsa che osservare quello che sta succedendo dentro le aziende. Eppure chi vive quotidianamente le realtà aziendali si sta già rendendo conto di quanto alcuni processi stiano cambiando in maniera radicale e, probabilmente, irreversibile, tanto nelle imprese manifatturiere quanto in quelle di servizi. È lì che si giocherà una parte decisiva della partita, nella capacità di trasformare una tecnologia straordinaria in produttività, efficienza, nuovi modelli organizzativi e, soprattutto, nuovi ricavi. Se questa trasformazione sarà davvero all’altezza delle aspettative, gli investimenti di oggi avranno una giustificazione ben più solida di qualsiasi entusiasmo finanziario. Insomma, basta con questa storia della bolla come sinonimo di declino. Una forte correzione non cancella un’innovazione! I mercati, del resto, hanno sempre avuto una straordinaria capacità di trovare pretesti per salire e scendere, spesso con la stessa irrazionalità con cui prima celebrano un fenomeno e poi ne decretano la fine. C’è infine un elemento che meriterebbe di essere ricordato più spesso.
Oggi non siamo dentro uno scenario di crisi economica generalizzata. L’inflazione e i debiti sovrani sono un problema, la crescita potrebbe anche rallentare, ma non siamo di fronte a un quadro di recessione imminente, mentre i livelli occupazionali nelle principali economie occidentali (si vedano ad esempio i recenti dati pubblicati negli Stati Uniti) continuano a mostrare una tenuta significativa. Non è poco, soprattutto se confrontato con le tante stagioni in cui ai crolli dei mercati si accompagnavano fondamentali economici preoccupanti. Tra il catastrofismo e l’idea che siamo semplicemente entrati in una fase più adulta della rivoluzione tecnologica, sarebbe il caso di scegliere la seconda.
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