Intervista a Mirko Gatto, socio fondatore di Yarix e Head della Cybersecurity di Var Group
Gli analisti lo hanno già ribattezzato “il furto del secolo”. Il maxi-attacco hacker che ha colpito Binance, il più grande exchange di criptovalute al mondo per volume di scambi, avrebbe coinvolto asset per circa 6,3 miliardi di dollari, con la maggior parte dei trasferimenti concentrata in appena 20 minuti. Secondo quanto riportato da CNBC, la società statunitense di analisi blockchain TRM Labs ha attribuito l’offensiva informatica, con un alto grado di affidabilità, a TraderTraitor, un gruppo di cybercriminali legato alla Corea del Nord. Ma come è stato possibile mettere a rischio una cifra così ingente in un intervallo di tempo tanto breve? E soprattutto, quali conseguenze possono esserci per chi custodisce i propri risparmi in criptovalute sulla piattaforma? Per capire la portata dell’attacco e le possibili ripercussioni per gli investitori, Affaritaliani ha interpellato Mirko Gatto, socio fondatore di Yarix e Head of Cybersecurity di Var Group.
Com’è possibile che dal computer di un dipendente si arrivi a mettere a rischio miliardi di dollari? Binance ipotizza che l’attacco sia partito dal portatile di un ingegnere: quali barriere dovrebbero impedire che una singola intrusione dia accesso ai soldi dei clienti?
“Un computer compromesso può diventare il punto di ingresso verso sistemi molto più critici. Un tecnico può disporre di credenziali, sessioni o strumenti di amministrazione che, nelle mani di un attaccante, consentono di raggiungere altri ambienti e sfruttarne le funzionalità. Questo non significa necessariamente che sul portatile fossero custodite le chiavi dei fondi. Le barriere devono essere più di una: accessi limitati allo stretto necessario, separazione degli ambienti, controllo degli account privilegiati e monitoraggio delle attività anomale. Per le operazioni più delicate servono inoltre autorizzazioni indipendenti, limiti agli importi e verifiche aggiuntive. Il principio è che la compromissione di una singola identità non dovrebbe bastare ad autorizzare trasferimenti di grande valore. Esistono sistemi di protezione e gestione delle identità come PAM (privileged access management) che possono ridurre in parte il rischio. Ridurre il rischio è possibile implementando processi di verifica e di autorizzazione basati su più identità (persone), così da evitare che un singolo possa svolgere operazioni simili (governance distribuita) Nel caso Binance, per capire quale passaggio non abbia funzionato occorrerà attendere gli esiti dell’indagine tecnica”.
Binance assicura che coprirà le perdite. Ma per un cliente vedere il saldo sullo schermo significa davvero avere i propri soldi al sicuro?
“Il saldo visualizzato, da solo, non basta. Quando le criptovalute sono custodite da una piattaforma, il cliente dipende dalla capacità della piattaforma stessa di proteggerle, renderle disponibili e consentirne il prelievo. Un saldo può rimanere visibile anche mentre i prelievi sono sospesi. L’impegno a coprire le perdite è importante, ma va distinto da una garanzia esterna: contano le risorse effettivamente disponibili e i tempi con cui l’operatore riesce a ripristinare il servizio. Anche il confronto con i depositi bancari richiede attenzione. Nell’Unione europea, il regolamento MiCA introduce obblighi e tutele per determinate attività in criptovalute, ma queste non beneficiano della garanzia sui depositi prevista per i conti bancari. In Italia esiste il principale sistema di riferimento è il FITD (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi), che garantisce fino a 100.000 euro per depositante e per banca. Regolamentazione e sicurezza assoluta non sono sinonimi”.
Congelare i fondi rubati significa averli recuperati oppure sono due cose molto diverse?
“Sono due cose diverse. Congelare significa impedirne la movimentazione: i fondi possono essere già arrivati a un indirizzo controllato dagli attaccanti, ma risultare inutilizzabili grazie a un blocco. Recuperare significa invece riportarli nella disponibilità del legittimo titolare. Per arrivarci possono servire verifiche tecniche, collaborazione tra operatori e provvedimenti delle autorità. Il congelamento è quindi un risultato importante, perché può impedire ulteriori spostamenti e favorire il recupero, ma non equivale alla restituzione. Inoltre, non tutte le criptovalute prevedono gli stessi strumenti di blocco. Attraverso un iter legale, tecnico e di governance è possibile poi che questi possano essere in parte o totalmente recuperati”.
Il danno può diventare più grande del furto stesso? Quanto possono pesare il blocco delle operazioni, il crollo della fiducia e una corsa ai prelievi?
“Sì, il danno complessivo può superare il valore sottratto. Al furto si aggiungono i costi delle indagini, del ripristino e dell’assistenza ai clienti, oltre ai mancati ricavi durante l’interruzione dei servizi. La perdita di fiducia può avere conseguenze ancora più durature. Molti utenti potrebbero decidere di spostare contemporaneamente i propri fondi, mettendo sotto pressione la liquidità e la capacità operativa della piattaforma. Per questo la gestione dell’incidente deve comprendere anche una comunicazione tempestiva, verificabile e coerente. I clienti devono sapere che cosa è accaduto, quali attività possono svolgere e quali passaggi restano da completare. La fiducia si ricostruisce facendo corrispondere gli aggiornamenti ai risultati concreti. Questo non è il primo caso e non sarà l’ultimo. Negli anni incidenti simili con altre piattaforme ci sono stati, sicuramente la fiducia tra cliente ed Exchange centralizzato sarà da ricostruire”.
Chi oggi custodisce criptovalute su una piattaforma che cosa dovrebbe fare concretamente per proteggere i propri soldi?
“Il primo passo è proteggere l’account: password uniche, autenticazione a più fattori resistente al phishing, dove disponibile, e la stessa attenzione per la casella email collegata. È utile attivare gli avvisi di accesso e le restrizioni sugli indirizzi di prelievo, se previste dalla piattaforma. Occorre poi valutare con attenzione a chi si affida la custodia, verificandone le autorizzazioni e comprendendo le condizioni del servizio. Distribuire i fondi tra più operatori può ridurre la concentrazione del rischio, ma aumenta anche gli account da proteggere e non elimina i rischi comuni. La custodia personale tramite un hardware wallet può ridurre la dipendenza dall’exchange, ma trasferisce all’utente la responsabilità delle chiavi. Richiede dispositivi acquistati attraverso canali ufficiali o autorizzati, configurazione corretta e protezione della frase di recupero, che non va mai condivisa né inserita in siti o comunicata a presunti operatori di assistenza. Infine, durante un incidente bisogna diffidare dei messaggi che invitano a “mettere in salvo” i fondi attraverso link o trasferimenti urgenti: l’emergenza può diventare un’esca per nuove truffe. Sicuramente è importante distribuire il proprio patrimonio per sicurezza su wallet hardware (differenti, e di marche differenti può garantire un ulteriore livello di sicurezza, come il caso Trezor di oggi. Se si utilizzano exchange centralizzati prevedere di distribuire il patrimonio su più exchange e adottare politiche di sicurezza come account e-mail / idenittà digitali dedicate solo a questo scopo oltre che multifactor authentication (MFA) robuste”.
LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ECONOMIA
Affari Alert
Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.
Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno


