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I bond del Golfo Persico? Un’occasione

Interessanti gli spread e i rendimenti

Abu Dhabi e Qatar sono già tornati a emettere bond in dollari su scadenze dai 5 ai 30 anni, l’Arabia Saudita potrebbe imitarli entro la fine di luglio: secondo analisti e gestori gli spread e i rendimenti sono interessanti, ma per investire sui mercati emergenti senza troppi rischi occorre verificare alcuni prerequisiti. Al momento lo scenario è comunque favorevole ed è quindi probabile che il 2016 possa portare a risultati positivi

 

I tassi di interesse resteranno ancora a lungo vicino agli attuali livelli minimi storici e questo rende sempre più difficile la vita agli investitori che per scelta o necessità operano sul reddito fisso. Esaurita in buona parte la corsa dei titoli di stato, che anzi in America rischiano di iniziare a perdere terreno, via via che la Federal Reserve proseguirà nella sua politica di prudente “normalizzazione” della politica monetaria, in corso da tempo anche il rally sui corporate bond, che dalla prossima settimana la Bce inizierà ad acquistare sul mercato, la ricerca di rendimenti potrebbe ora toccare anche i bond emergenti.

Sembrano aver fiutato l’aria meglio di altri gli stati del Golfo Persico: il Qatar la scorsa settimana non ha avuto problemi a collocare tre bond da 5, 10 e 30 anni per complessivi 9 miliardi di dollari, a fronte di una domanda pari a 23 miliardi, mentre già in aprile Abu Dhabi, tornando sui mercati dopo 7 anni di assenza, aveva raccolto altri 5 miliardi attraverso due bond a 5 e 10 anni con rendimento rispettivamente fissato al 2,125% e al 3,125%. Entro fine luglio potrebbe poi essere la volta dell’Arabia Saudita tonare, dopo 15 anni di assenza, ad emettere nuovi bond.

L’agenzia Bloomberg citando una fonte a conoscenza dei colloqui in corso (che non sono ancora giunti a una decisione definitiva in merito)ha segnalato come Riad, che deve trovare il modo di finanziare il previsto deficit di bilancio da 100 miliardi di dollari di quest’anno, potrebbe imitare il Qatar e optare tre emissioni con scadenze a 5, 10 e 30 anni per complessivi 15 miliardi di dollari. Quanto ai rendimenti, nel caso del Qatar il bond a 5 anni rende l’1,2% in più del bond statunitense di pari durata, il decennale offre uno spread dell’1,5% e il trentennale del 2,1% ossia attualmente rendono rispettivamente attorno al 2,55%, al 3,3% e al 4,7%.

Ma vale la pena di esporsi al rischio “emergenti” pur di ottenere rendimenti più rotondi di quelli che sono oggi realizzabili investendo in bond dell’area euro o statunitensi? La risposta non può essere univoca dato che non tutti gli emittenti emergenti sono uguali. Secondo, Michiel Verstrepen, economista del gruppo belga Bank Degroof Petercam, la percezione dei mercati emergenti è certamente migliorata negli ultimi mesi sullo sfondo di un indebolimento del dollaro e di un incremento dei prezzi delle materie prime.

“Tuttavia, i rischi restano elevati, a causa del difficile processo di riequilibrio economico della Cina e dell’incertezza legata al percorso intrapreso dalla Federal Reserve di un rialzo dei tassi di interesse” (già in giugno o più probabilmente in luglio si potrebbe assistere ad un nuovo ritocco all’insù dello 0,25%). Occorre dunque capire quali mercati siano più vulnerabili di altri a questo scenario: storicamente la mancanza di riserve in valuta estera, un forte aumento del tasso effettivo di cambio, un elevato deficit delle partite correnti e un rapido ritmo di crescita del credito sono tra i più importanti segnali premonitori di crisi nei mercati emergenti.

Se paesi come Cina, Brasile, Malesia, Tailandia e Turchia, “hanno sperimentato un rapido ritmo di crescita del credito dallo scoppio della crisi finanziaria globale”, molti altri “mostrano ancora un considerevole disavanzo delle partite correnti”, tra cui Sud Africa, Turchia, Indonesia, Argentina, Messico, Brasile, Polonia e India. Infine, “alcuni di essi hanno ancora una posizione finanziaria negativa nel breve termine”, come l’Argentina, il Sud Africa e la Turchia.

Amundi Asset Management, invece, in un report distribuito intorno a metà maggio notava come siano necessari quattro prerequisiti perché un investimento (sia azionario sia obbligazionario) in un paese emergente abbia successo siano: una politica monetaria della Federal Reserve che resti accomodante più a lungo di quanto non si pensi generalmente; la constatazione che i timori sul rallentamento della crescita cinese sono esagerati; i prezzi di petrolio e altre materie prime cessino di calare ulteriormente e inizino semmai a risalire; la crescita mondiale dovrebbe mantenersi attorno al 3% quest’anno e non calare ulteriormente nel 2017.

Per ora, conclude Amundi, i mercati azionari e obbligazionari del paesi emergenti sembrano avere buone probabilità di riprendersi nel 2016, per di più il debito dei paesi emergenti presenta ancora rendimenti e spread “interessanti”, le valuta appaiono “a buon mercato” dopo la svalutazione iniziata nel 2013 e visto che in caso di calo dei prezzi del petrolio il dollaro tende a salire (e viceversa) il quadro non è così negativo come si potrebbe pensare per i paesi produttori di petrolio.

E’ dunque possibile, per investitori che abbiano la capacità di sopportare un grado di rischio comunque più elevato rispetto ad un investimento in reddito fisso sui mercati sviluppati, prendere in considerazione bond emergenti, in particolare dell’area medio orientale, con l’ovvia avvertenza di tenere d’occhio le tensioni geopolitiche, in particolare tra Arabia Saudita e Iran, e l’eventuale insorgere di nuovi timori sulla tenuta della crescita in Cina e a livello mondiale.