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Il bilancio 2012-2013 di Mediobanca, chiuso il 30 giugno scorso, si chiude con una perdita netta leggermente inferiore alle attese di mercato: 180 milioni di euro contro i 200 attesi dal consensus. Un risultato finale, che porta Piazzetta Cuccia (oggi in salita di oltre il 2% in borsa) a non distribuire alcun dividendo “pur in presenza di indici di capitale robusti”, e che è dovuto a perdite delle partecipazioni principali (“Principal Investing”) per oltre 400 milioni. Perdite a loro volta causa da un lato del minore contributo positivo di Generali (da 146 a soli 16,8 milioni), dall’altro ad svalutazioni per 404 milioni di euro legata alla decisione di trasferire le partecipazioni “storiche”, ad esclusione del 13,24% di Generali e della partecipazione in Burgo (che continuano a essere valutate in base al patrimonio netto) nel comparto Afs (titoli disponibili per la vendita, ndr), valorizzando così i titoli stessi a prezzi di mercato. In particolare la sola partecipazione in Telco (holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia) ha subito quasi 320 milioni di svalutazione, mentre altri 38 milioni di svalutazioni sono state causate da Rcs MediaGroup; a quel punto gli utili generati da Gemina (23 milioni) e Pirelli & C. (65 milioni) hanno potuto solamente ridurre il rosso.

A queste si aggiungono le svalutazioni su altre azioni quotate disponibili per la vendita (-29,1 milioni) e quelle su titoli non quotati, ossia Burgo (-44,8 milioni), Sintonia (-33,4 milioni) e Santè (-25,2 milioni). Pesano inoltre la frenata dell’attività bancaria, condizionata dalla debolezza congiunturale”, che ha portato ad un risultato lordo ordinario di 343 milioni (-39%), a fronte di ricavi bancari in calo del 12% su base annua a 1.607 milioni, di una frenata (-3,9%) del margine di interessi a 1.028 milioni, minori proventi da intermediazione (-36,7% a 168,9 milioni) e un calo di commissioni e altri proventi (-15,3%) a 409,7 milioni.

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Non mancano segnali positivi: mentre è ormai concluso il processo di deleveraging dei finanziamenti “corporate” (calati da 17,9 a 15,5 miliardi), con un calo del 5% degli attivi ponderati per il rischio (“Rwa” che passano da 55,2 a 52,4 miliardi), io costi di struttura diminuiscono di un ulteriore 4% (a 756,9 milioni), mentre la struttura patrimoniale si rafforza, con un Core Tier 1 in lieve crescita all’11,7% (dall’11,5% del 30 giugno 2012) e l’ottimizzazione delle attività di raccolta e tesoreria (con un buyback su obbligazioni Mediobanca di 2 miliardi, nuove emissioni per 3 miliardi depositi retail in crescita del 4% su base annua a 11,9 miliardi). Quanto al futuro, in attesa di fornire ulteriori dettagli in una conference call a mercati chiusi, il management di Mediobanca ha già confermato l’obiettivo di ridurre l’esposizione azionaria complessiva (scesa in dodici mesi da 4,3 a 4,1 miliardi, ma i valori di libro degli investimenti sono leggermente più bassi, essendo scesi da 4,2 a 4 miliardi) di altri 1,5 miliardi nel triennio di piano 2014-2016.

Un risultato ottenibile per circa la metà con la prevista riduzione entro la soglia del 10% della partecipazione in Generali (la cessione del 3,24% ai valori correnti consentirebbe infatti di incassare sui 755 milioni di euro), ma che di fatto segnerà la fine dell’era dei “salotti buoni”. Le prime partecipazioni ad essere ricollocate dovrebbero essere quelle non vincolate da patti di sindacato , dunque il 12,6% Gemina, che vale oltre 300 milioni di euro, l’8,14% di Italmobiliare che vale poco più di 56 milioni e il 5,94% di Sintonia, che potrebbe valere attorno ai 300 milioni. In tutto sarebbero altri 650 milioni di euro che consentirebbero al numero uno di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, di poter affrontare con calma l’ultimo nodo da sciogliere, quello della dismissione delle partecipazioni vincolate al momento da patti sociali.

Si dovrebbe in questo caso partire da Telco (di cui Mediobanca possiede l’11,6%), il cui patto può essere disdettato anticipatamente entro il 28 di settembre, per poi affrontare il dossier Pirelli (partecipata al 4,6%), il cui patto è in scadenza ad aprile del prossimo anno (Marco Tronchetti Provera ha già dichiarato che è possibile che “concordemente” i soci decidano di non rinnovarlo). Nel primo caso si tratterebbe di circa 300 milioni di euro, nel secondo di poco più i 210 milioni. Ultimo ma non meno impegnativo “disimpegno” dovrebbe riguardare Rcs MediaGroup: ormai il 15% in mano a Piazzetta Cuccia vale solo più una ventina di milioni, una cifra tale per cui Nagel può rimanere alla finestra ancora un poco, sperando che la crisi passi e la società torni a veder crescere il proprio valore. Ma sulla possibile “tempistica” delle singole dismissioni è prevedibile che in molti stasera proveranno ad avere maggiori delucidazioni in conference call.

Luca Spoldi

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