Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Pmi, la carica del private equity. La mappa del venture capital in Italia

Pmi, la carica del private equity. La mappa del venture capital in Italia

Pmi, la carica del private equity. La mappa del venture capital in Italia
borsa
 

Che le banche italiane non possano essere il principale motore della ripresa economica è evidente da oltre un anno e chi avesse ancora avuto dubbi si è arreso dopo gli ultimi dati diffusi dall’Abi, secondo cui a fine novembre le sofferenze lorde che pesavano sui bilanci degli istituti di credito italiani erano ormai salite a 149,6 miliardi, ossia 27,7 miliardi (+22,76%) in più rispetto ai 121,8 miliardi segnati a fine novembre 2012 e quelle nette, ossia depurate delle svalutazioni dei crediti relativi già effettuate dalle banche, a 75,6 miliardi (12,9 miliardi in più di un anno prima).

A fine dicembre, invece,  i prestiti erogati a imprese e famiglie apparivano in calo di 50,7 miliardi rispetto a dodici mesi prima a 1.424 miliardi (da 1.474,7 miliardi, -3,43%) mentre i depositi erano risaliti a 1.215,1 miliardi dai 1.192,4 miliardi di fine 2013 (22,7 miliardi, +1,9%). Come dire che se si volessero riportare in pari i due totali occorrerebbero dai due ai tre anni di ulteriore “stretta creditizia”, ceteris paribus.

Peraltro i totali in questo caso spesso ingannano e se è vero che le sofferenze lorde rappresentano ormai il 7,76% degli impieghi complessivi (contro il 6,14% di un anno or sono), la crisi che sta soffrendo il settore delle costruzioni (dove le sofferenze lorde rappresentano ormai il 17,5% degli impieghi) è certamente peggiore di quella  del commercio e della ristorazione (13,7%) e ancor più dell’industria (10,8%), così  come a subirne maggiormente le sofferenze sembrano più le Pmi (l’84% degli 1,2 milioni di conti in sofferenza riguarda importi non superiori ai 125 mila euro) che non le grandi imprese.

Fin qui i numeri, ma in concreto chi sta provando a occupare quello spazio che le banche stanno abbandonando progressivamente? Gli operatori di private equity e venture capital sembrerebbero voler prendere al volo l’occasione dopo anni in cui hanno occupato una posizione marginale del mercato del credito aziendale. Così è di questi giorni la notizia che il gruppo americano Kkr ha deciso di puntare 100 milioni di euro per sottoscrivere azioni e obbligazioni del gruppo Argenta, tra i principali operatori di distributori automatici in Italia con 18 centri operativi, 1.200 dipendenti e 900 distributori presenti sul territorio nazionale.

Un investimento consistente (a cui se ne affianca un più contenuto ma significativo, 10 milioni di euro, da parte degli azionisti preesistenti di Argenta, ossia il fondo Motion Equity Partners) che servirà “al parziale rimborso dei creditori e a garantire liquidità per la crescita” della società guidata da Stefano Fanti impegnata da tempo nell’espansione sul mercato dell’outdoor in Italia e nell’Est Europa e che solo negli ultimi due anni ha rilevato una serie cospicua di marchi tra cui Mastrocoffee (distribuzione automatica per gli offici, poi rinominata Cafebon), Brekky (una catena in franchising di negozi automatizzati aperti 24 ore su 24), Eurmatik (presenza storica del settore già appartenuta a Coca Cola Hellenic), Caffé Granduca (ex ramo d’azienda di Buonristoro) e 2G Service.

*BRPAGE*

Borsa Affari LP (2)
 

Ma a dare una mano alle più promettenti Pmi italiane non sono solo i grandi fondi stranieri: la napoletana Vertis Sgr, attraverso i fondi Vertis Capital e Vertis Capital Parallel, ad esempio, ha investito lo scorso novembre 4 milioni di euro (500 mila euro in azioni, 3,5 milioni con un prestito obbligazionario convertibile) per sostenere il piano di sviluppo di Giplast Group, leader nazionale nella produzione di profili in abs e pvc per l’industria del mobile, dopo aver puntato 9  milioni (tutti in azioni tramite un aumento di capitale in due tranche) sul gruppo Arav Fashion, produttore di abbigliamento e accessori per donna e bambino coi marchi Silvian Heach e Silvian Heach Kids che nel 2012 ha registrato un fatturato di 89 milioni di euro con un Ebitda adjusted di oltre il 10%.

Accanto ai fondi di private equity e venture capital un sostegno importante al tessuto produttivo italiano potrebbe venire dai “minibond” (uno strumento introdotto dal governo Monti nel giugno 2012), specie dopo le ultime novità normative introdotte dal decreto Destinazione Italia in tema di emissioni obbligazionarie da parte di Pmi anche non quotate. Per il momento se ne sono avvalsi neppure una trentina di società a fronte di un bacino potenziale mille volte più grande, che hanno poi iniziato a quotare i propri bond sul mercato dell’Extramot Pro, da Cerved Technologies (controllante di Cerved Group, rilevata lo scorso anno dal fondo Cvc Capital Partners e che con tre emissioni ha già raccolto 780 milioni di euro) a Manutencoop Facility Management (425 milioni di euro), da Primi sui Motori a (1,68 milioni) Mille e Uno Bingo (30 milioni), fino alle ultime emissioni di Alessandro Rosso Group (4 milioni), Iacobucci Hf Electronic (3,75 milioni), Gpi (12 milioni), Ett Solutions (500 mila euro) e Finanziaria Internazionale Holding (12 milioni).

Un campione ancora molto ridotto in termini di emittenti, ma già ampio sia per quanto riguarda i settori di attività sia per l’ammontare delle singole emissioni, che testimonia l’estrema flessibilità del nuovo strumento. Una caratteristica preziosa che si affianca ad alcuni tratti comuni a tutti gli emittenti (sono aziende caratterizzate da una buona redditività, spesso in fase di espansione, che in molti casi hanno già avuto occasione di entrare in contatto con intermediari finanziari alternativi al tradizionale canale bancario) e che fa immaginare che il ruolo dei minibond e quello dei capitalisti di ventura siano destinati ad evolvere parallelamente, contribuendo a cambiare gradualmente il modello del credito in Italia e a dare un contributo fattivo alla ripresa del Bel Paese e non solo ai bilanci dei soci finanziatori.

Luca Spoldi