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Che le banche italiane non possano essere il principale motore della ripresa economica è evidente da oltre un anno e chi avesse ancora avuto dubbi si è arreso dopo gli ultimi dati diffusi dall'Abi, secondo cui a fine novembre le sofferenze lorde che pesavano sui bilanci degli istituti di credito italiani erano ormai salite a 149,6 miliardi, ossia 27,7 miliardi (+22,76%) in più rispetto ai 121,8 miliardi segnati a fine novembre 2012 e quelle nette, ossia depurate delle svalutazioni dei crediti relativi già effettuate dalle banche, a 75,6 miliardi (12,9 miliardi in più di un anno prima).

A fine dicembre, invece,  i prestiti erogati a imprese e famiglie apparivano in calo di 50,7 miliardi rispetto a dodici mesi prima a 1.424 miliardi (da 1.474,7 miliardi, -3,43%) mentre i depositi erano risaliti a 1.215,1 miliardi dai 1.192,4 miliardi di fine 2013 (22,7 miliardi, +1,9%). Come dire che se si volessero riportare in pari i due totali occorrerebbero dai due ai tre anni di ulteriore "stretta creditizia", ceteris paribus.

Peraltro i totali in questo caso spesso ingannano e se è vero che le sofferenze lorde rappresentano ormai il 7,76% degli impieghi complessivi (contro il 6,14% di un anno or sono), la crisi che sta soffrendo il settore delle costruzioni (dove le sofferenze lorde rappresentano ormai il 17,5% degli impieghi) è certamente peggiore di quella  del commercio e della ristorazione (13,7%) e ancor più dell'industria (10,8%), così  come a subirne maggiormente le sofferenze sembrano più le Pmi (l'84% degli 1,2 milioni di conti in sofferenza riguarda importi non superiori ai 125 mila euro) che non le grandi imprese.

Fin qui i numeri, ma in concreto chi sta provando a occupare quello spazio che le banche stanno abbandonando progressivamente? Gli operatori di private equity e venture capital sembrerebbero voler prendere al volo l'occasione dopo anni in cui hanno occupato una posizione marginale del mercato del credito aziendale. Così è di questi giorni la notizia che il gruppo americano Kkr ha deciso di puntare 100 milioni di euro per sottoscrivere azioni e obbligazioni del gruppo Argenta, tra i principali operatori di distributori automatici in Italia con 18 centri operativi, 1.200 dipendenti e 900 distributori presenti sul territorio nazionale.

Un investimento consistente (a cui se ne affianca un più contenuto ma significativo, 10 milioni di euro, da parte degli azionisti preesistenti di Argenta, ossia il fondo Motion Equity Partners) che servirà "al parziale rimborso dei creditori e a garantire liquidità per la crescita" della società guidata da Stefano Fanti impegnata da tempo nell'espansione sul mercato dell'outdoor in Italia e nell'Est Europa e che solo negli ultimi due anni ha rilevato una serie cospicua di marchi tra cui Mastrocoffee (distribuzione automatica per gli offici, poi rinominata Cafebon), Brekky (una catena in franchising di negozi automatizzati aperti 24 ore su 24), Eurmatik (presenza storica del settore già appartenuta a Coca Cola Hellenic), Caffé Granduca (ex ramo d'azienda di Buonristoro) e 2G Service.

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