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Brand o brand…elli / Ion Group, la storia dell’impero silenzioso di Pignataro incrinata da tre avvisi di sfratto

Il gruppo fintech è nato del 1998. Da allora, una scalata che ha reso Pignataro il terzo uomo più ricco d’Italia

Brand o brand…elli / Ion Group, la storia dell’impero silenzioso di Pignataro incrinata da tre avvisi di sfratto

Brand o brand…elli / Ion Group, la storia dell’impero silenzioso di Pignataro incrinata da tre avvisi di sfratto finito nel mirino del Financial Times

Uffici a Sydney, Monaco di Baviera e in Connecticut con affitti arretrati, accessi negati al personale e avvisi di sfratto. È quanto emerso da un’inchiesta del Financial Times sul gruppo fintech Ion Group, di proprietà del miliardario italiano Andrea Pignataro. A Sydney i pagamenti mancati ammonterebbero a circa 90mila dollari; a Monaco, il mese scorso, al personale sarebbe stato negato l’accesso agli uffici per un debito di 40mila dollari; negli Stati Uniti il proprietario dell’immobile avrebbe addirittura avviato un’azione legale. Ion ha risposto in modo generico, parlando di “questioni risolte” e di normali divergenze che possono sorgere con i proprietari degli immobili.

Cifre piccole, quasi irrisorie per un gruppo con miliardi di euro di Ebitda. Ma la notizia arriva in un momento delicato: da mesi il debito di Ion è finito nel mirino degli short seller, che scommettono su un possibile deterioramento del gruppo in un contesto di generale nervosismo sul settore software. Secondo Bloomberg, già dalla fine del 2025 Ion ha iniziato a riacquistare le proprie obbligazioni a sconto sul mercato, intensificando le operazioni nei mesi successivi per sostenere il prezzo dei bond di fronte alle scommesse al ribasso. In questo scenario, gli sfratti mancati assumono un peso diverso: non sono la causa di una crisi, ma il primo segnale visibile – pubblico, concreto, raccontabile – di tensioni che fino a ieri restavano confinate ai desk obbligazionari.

Un brand costruito sull’invisibilità

Ion Group ha fondato la propria identità praticamente sull’invisibilità. Tutto nasce nel 1998, quando Andrea Pignataro, bolognese, trader di bond a Salomon Brothers a Londra, avvia insieme alla software house pisana List una joint venture per piattaforme di trading obbligazionario. L’anno dopo lascia la banca e fonda Ion come società indipendente. Da lì parte una scalata fatta quasi esclusivamente di acquisizioni mirate: Dealogic, Fidessa, e poi, negli ultimi anni, un’offensiva sul mercato italiano con Cedacri (software bancario), Cerved (informazioni commerciali) e Prelios.

Il risultato è un conglomerato da oltre 13mila dipendenti e più di 50 sedi nel mondo, organizzato in cinque divisioni – mercati, analytics, core banking, corporate, credit information – che oggi fornisce l’infrastruttura tecnologica “mission critical” su cui girano banche d’affari, hedge fund e multinazionali. Non a caso Il Foglio lo ha soprannominato “il Bloomberg italiano”: un impero che, senza mai quotarsi in borsa né cercare visibilità, è arrivato a valere decine di miliardi di dollari, rendendo Pignataro il terzo uomo più ricco d’Italia. Nessuna intervista, nessun profilo social, nessuna comunicazione superflua: la discrezione stessa è diventata il tratto distintivo del marchio.

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