Donald Trump prova tornare alla carica con la più volte ventilata riforma fiscale e pur senza varare ancora alcun disegno di legge illustra un documento di nove pagine contenenti alcuni punti chiave di quella che il presidente Usa pomposamente annuncia sarà la più imponente riforma fiscale degli ultimi 30 anni. Tra questi il taglio dell’aliquota sui redditi d’impresa dal 35% al 20% (e non al 15% come indicato in campagna elettorale) e una limatura dell’aliquota massima sul reddito personale dal 39,4% al 35%.
La notizia fa ritrovare il sorriso a Wall Street, ma anche a Piazza Affari in molti già valutano l’impatto positivo per i gruppi maggiormente presenti sul mercato americano, come Autogrill, Buzzi Unicem e soprattutto Fiat Chrysler Automobiles. Quello che ancora in pochi sembrano aver compreso è che tra i maggiori beneficiari del provvedimento, ma anche dell’abbassamento di toni rispetto alle prime settimane della nuova amministrazione Usa sul tema dei rapporti commerciali con i paesi esteri, a cominciare dai vicinissimi Messico e Canada (che con gli Usa condividono da anni un accordo di libero scambio, il Nafta), è il gruppo Brembo, che a Piazza Affari prosegue nel suo moderato ma costante rialzo (+1,65% nell’ultima settimana, +9% rispetto a tre mesi fa, +35,5% su base annua).

Il produttore di sistemi frenanti della famiglia Bombassei ha chiuso il primo semestre 2017 con ricavi in crescita del 10,1% anno su anno a 1,26 miliardi di euro (+8% a perimetro costante), con un Ebitda di 255 milioni (+12,8%) e un utile netto di 136,7 milioni (+7,6%). Numeri nel complesso in linea con le previsioni, ma il presidente Alberto Bombassei è apparso ottimista che il secondo semestre sia buono almeno quanto il primo. Lo stesso management, del resto, stima una crescita dei ricavi annui del 7% e un Ebitda margin (Mol) attorno al 19,5%, a fronte di investimenti superiori a 300 milioni di euro (di cui oltre 100 milioni già spesati).
Brembo è particolarmente sensibile alla crescita Usa e in particolare all’andamento del mercato dell’auto, che dopo una frenata a inizio anno mostra segnali di ripresa, non fosse altro per il fatto che lo scorso anno ha realizzato a tempi da record un nuovo impianto a Escobedo, in Messico (paese in cui Brembo ha iniziato a operare sin dal 1996 e dove ha poi acquisito, nel 2007, uno stabilimento ex Hayes-Lemmerz), per la produzione di 2 milioni di pinze in alluminio all’anno. Accanto all’impianto, costato 32 milioni di euro, è stato inoltre avviata la costruzione di una nuova fonderia per la realizzazione di dischi in ghisa, con un investimento da ulteriori 85 milioni di euro, destinati al primo equipaggiamento (Oem) dei principali costruttori europei, americani e asiatici presenti in Messico.
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I segnali provenienti dagli Usa si sommerebbero a quelli già positivi visti in Asia nei primi sei mesi dell’anno (in Cina e in India le vendite nel semestre sono salite rispettivamente del 63,2% e del 31,7% su base annua) e confermerebbero la dinamica positiva “trasversale” sia a livello di segmenti di mercato sia di aree geografiche già sottolineata dal presidente Alberto Bombassei. Ultimo ma non meno importante motivo di soddisfazione per Bombassei (ex presidente di Federmeccanica ed ex vicepresidente di Confindustria, che con Luca Cordero di Montezemolo, Gianni Punzo, Flavio Cattaneo e Diego Della Valle è anche tra gli azionisti di Ntv) sono le notizie che giungono dal fronte dell’auto elettrica.
Brembo, aveva già fatto sapere dopo la semestrale di essere pronta alla sfida dei freni per l’auto elettrica, anche se ad oggi non c’è ancora un sistema elettrico che riesca ad offrire la stessa capacità di frenata di un sistema meccanico.
Proprio oggi dal Giappone è arrivata la notizia che i produttori automobilistici Toyota e Mazda, insieme alla compagnia di componentistica Denso, hanno dato vita a una società in comune per sviluppare auto elettriche e distribuirle. Una risposta alle politiche ambientali “più rigorose” che diversi Paesi stanno adottando, a partire dalla Cina, al fine di ridurre l’effetto serra e “avviare una regolamentazione che impongano delle quote di vendita di veicoli elettrici”. Una risposta probabilmente all’annuncio dato da Pechino che ha appena imposto ai gruppi che costruiscono o importano in Cina almeno 30 mila vetture all’anno una quota di vendite di vetture elettriche pari al 10% dal 2019, quota destinata a salire al 12% dall’anno successivo, pena pesanti sanzioni.
Pechino e Tokyo sono dunque intenzionate a sfidarsi per la leadership mondiale dell’auto elettrica e l’Europa e gli Usa potrebbero decidere di muoversi di conseguenza. Bombassei, forte del vantaggio derivante dall’aver previsto per tempo l’evolversi della situazione, può incrociare le dita.
Luca Spoldi
