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Caltagirone fa affari con Trump. Cementir gongola con le infrastrutture Usa

Se Trump trova l’accordo con i democratici…

Il “nuovo mondo” che emergerà dalla crisi scatenata dalla pandemia di Covid-19 dovrebbe essere, nelle intenzioni dei governi, più saldo nelle sue infrastrutture di base. E se l’Unione europea e i Democratici americani sembrano voler porre l’accento sull’importanza della “green economy”, altri come il governo italiano (che promette 200 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture nei prossimi 10 anni, approfittando della prevista pioggia di finanziamenti a fondo perduto e a debito in arrivo forse già dal prossimo anno dalla Ue) e l’amministrazione Trump (sempre più in difficoltà nei sondaggi in vista delle elezioni di novembre) puntano maggiormente sulle infrastrutture tradizionali, da affiancare alla banda larga e al 5G.

 

In particolare, secondo le indiscrezioni rilanciate dall’agenzia Bloomberg, a giorni Donald Trump dovrebbe presentare una prima bozza di un nuovo piano infrastrutturale da mille miliardi di dollari che amplia gli obiettivi di quello presentato a inizio mese dai Democratici (da 494 miliardi) e che dovrebbe essere approvato entro il 30 settembre prossimo, quando si esaurirà l’attuale fondo federale per gli investimenti nelle infrastrutture legato alla “FAST Act” (Fixing America’s Surface Transportation Act) approvata da Barack Obama nel dicembre 2015 che ha consentito di investire in questi anni 305 miliardi di dollari in particolare per riammordernare la rete di autostrate interstatali (Interstate Highway System).

 

Questa volta se il piano passasse (cosa che non è sicura viste le incombenti elezioni presidenziali di novembre), gli investimenti dovrebbero riguardare ponti, autostrade, porti, dighe, banda larga, 5G e forse anche aeroporti e ferrovie. Se ne potrà sapere di più nei prossimi giorni, ma già ora i broker hanno segnalato di tenere d’occhio i titoli maggiormente esposti al mercato americano.

 

Tra questi si segnalano Buzzi Unicem, che negli Usa nel 2019 ha generato il 55% dell’utile operativo, Prysmian, per la quale il Nord America rappresenta il 35% dell’Ebitda di gruppo (il 7,5% per quanto riguarda la sola telefonia negli Usa), Trevi, che in Nord America genera il 22% dei propri ricavi e sul mercato statunitense è particolarmente presente nel settore delle dighe, Webuild, che attraverso la controllata Lane genera il 20% del suo fatturato ed è tra i principali costruttori di ponti ed autostrade, e Cnh Industrial, la cui divisione Construction Equpment lo scorso anno ha generato il 10% del fatturato di gruppo (per le metà negli Usa), anche se solo il 3% del margine operativo (il Ros, ritorno sulle vendite, è stato appena dell’1,8%) a causa di problemi strutturali.

 

Tra i maggiori beneficiari anche Cementir Holding del gruppo Caltagirone, che realizza negli States il 9% dell’Ebitda (utile operativo) di gruppo. Proprio Cementir è tra i gruppi che con maggiore decisione reagiscono oggi all’indiscrezione, sfiorando il 10% di rialzo a Piazza Affari ed azzerando così in una sola seduta le perdite della precedente settimana borsistica riportandosi inoltre un 7% al di sopra dei livelli a cui oscillava 12 mesi or sono. La società, la cui maggioranza (51,78%) fu ceduta nel 1992 a Francesco Gaetano Caltagirone dall’ormai disciolto Iri (all’epoca guidato da Franco Nobili) per poco più di 480 miliardi di vecchie lire (meno di 250 milioni di euro), in borsa vale ormai poco meno di 1 miliardo di euro.

 

Lo scorso anno ha visto i ricavi salire di appena l’1% a 1,21 miliardi di euro, con un utile netto ante imposte straordinarie in calo del 40% a 83,6 milioni. Sul risultato pesarono svalutazioni straordinarie per 88 milioni, ma il Nord America registrò un ottimo andamento (con ricavi in crescita del 25% a 158,2 milioni), migliore di quelli del Belgio e Francia (+5,5% a 261,7 milioni), Scandinavia (+1,6% a 562,4 milioni) e Turchia (-26,5% a 127,9 milioni), gli altri principali mercati del gruppo, che opera peraltro anche in Italia (paese che dopo la cessione del 100% di Cementir Italia a Italcementi nel 2017 registrava a fine 2019 solo più 65,5 milioni di ricavi, in calo del 16,1% rispetto al 2018), Egitto (35,79 milioni, +30,7%) e Asia-Pacifico (97,57 milioni, +7,8%).

 

Proprio la tenuta del mercato americano e l’ormai relativamente modesto peso dell’Italia fa sì che in proporzione il gruppo di Caltagirone (65,9% del capitale), che a fine marzo registrava una solida posizione finanziaria netta (positiva per 322,3 milioni di euro, in crescita dai 239,6 milioni di fine 2019), possa essere il maggiore beneficiario del nuovo piano infrastrutturale americano tra tutti i gruppi quotati a Piazza Affari. Anche per questo la razione del listino di Milano è particolarmente positiva.