Il Monte dei Paschi di Siena non venda la quota di Generali perché “vendere per fare cassa non è una strategia”. L’investimento in Mps è stato fatto perché “ho pensato che attraverso il suo sviluppo si potesse creare un polo nell’Italia centrale e meridionale che riequilibrasse la situazione attuale”. E poi: “Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Banco Bpm, distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena”, spostando l’asse di nuovo al Nord.
Sono solo alcuni dei passaggi della lunga intervista di Francesco Gaetano Caltagirone al Corriere della Sera, nella quale affronta le ultime vicende finanziarie su Mps, Mediobanca e Generali che lo hanno visto tra i protagonisti.
Nell’intervista parla anche dell’attuale amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio. “È stato un ottimizzatore — afferma — ha tagliato i costi, ridotto il personale, ha avuto il coraggio di fare parti non gradevoli, gli va riconosciuto. Un defaticante lavoro muscolare all’interno dell’azienda. Ma non esiste un uomo per tutte le stagioni”.
L’intervista racconta la nascita del gruppo, partita dal nonno costruttore e arrivata alla finanza. Mps — spiega all’intervistatore che gli chiede le ragioni dell’investimento — “si è rivelato ottimo sia per la redditività sia per la plusvalenza”, ma a questo si aggiunge che “quando si raggiunge un’età qualche volta occorrono visioni non connesse allo sviluppo del gruppo ma a interessi generali.
“Sotto la Padania vive oltre il 55% della popolazione italiana ed esiste una sola grande banca, Mps. Ho pensato che attraverso il suo sviluppo si potesse creare un polo nell’Italia centrale e meridionale che riequilibrasse la situazione attuale: delle cinque prime banche tre sono a Milano, una in Emilia e solo Mps nella parte peninsulare”.
Ecco perché vede rischi nell’aggregazione con Banco Bpm. “Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm, distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano. Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulato negli anni nella più antica banca del mondo”.
Caltagirone si dice anche contrario alla fusione tra Mps e Mediobanca. “Sono contrario a percorrere questa strada che sottrae risorse all’economia reale per darle alle attività finanziarie. Si riduce la funzione sociale”. Inoltre “avrei trovato giusto che Mediobanca, che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia finanziaria del Paese, rimanesse con più autonomia. Le cose sono andate diversamente”.
Quindi Caltagirone affronta il tema Generali. “Se tutte le grandi banche la vogliono, non capisco perché chi ce l’ha dovrebbe venderla — afferma —. Vendere per fare cassa non è una strategia. Se vendo un’attività che mi dà reddito stabile, devo spiegare che cosa compro di meglio. Se vendo Generali e poi reinvesto in qualcosa che consuma più capitale e rende meno, non vedo la logica”.
Caltagirone racconta anche la contrapposizione con Lovaglio nell’ultima assemblea. “La lista era del consiglio, non mia. Io ho appoggiato le scelte del consiglio dove eravamo presenti con due consiglieri. Se il consiglio ha deciso evidentemente aveva motivi validi. Poi gli azionisti hanno votato diversamente. Sono scelte legittime.
“Lovaglio è stato un ottimizzatore, ha tagliato i costi, ridotto il personale, ha avuto il coraggio di fare parti non gradevoli, gli va riconosciuto. Un defaticante lavoro muscolare all’interno dell’azienda. Ma non esiste un uomo per tutte le stagioni. Ora servono qualità diverse di armonizzazione, persuasione e condivisione, nonché progettualità per il nuovo futuro. Spero per il bene di Mps che Lovaglio riesca a trasformarsi e adeguarsi”.
Funzione sociale e impegno sul territorio: Caltagirone racconta che forse è anche questa la ragione emotiva dietro le proprie scelte, un valore condiviso anche da Leonardo Del Vecchio. “Vuole sapere se è stata una debolezza pensare a fatti di rilevanza sociale? Un errore dovuto all’età che ti fa vedere le cose con una prospettiva diversa? Forse sì. Anche Leonardo Del Vecchio, a cui ero legato da un rapporto di grande stima e amicizia, con il progredire degli anni si era posto obiettivi non solo economici ma di rilevanza sociale”.
Molti anche i passaggi personali dell’intervista. Da quello sull’“essere rimasto romano in un’Italia che sta diventando sempre di più bizantina”, al fatto che nella crescita del suo gruppo ha gestito il passaggio dal lavoro artigiano a quello industriale: “La cosa più difficile, quando cresci, è trovare persone con tre qualità insieme: onestà, intelligenza e coraggio. È più facile trovare le prime due che la terza”.

