I cicli delle turbolenze finanziarie durano sette anni? A giudicare da quanto fa notare sul suo blog l’economista francese Jacques Attali, parrebbe proprio di sì. E il tonfo che stanno registrando le Borse mondiali in questi giorni, scossoni che hanno l’epicentro nella piazza finanziaria di Shangai, non si sottrae a questa legge. Attalì, che in passato ha lavorato anche come consulente dei governi transalpini, elenca tutte le crisi finanziarie che, guarda caso, si sono intervallate proprio a botte di settennati.
Eccole: 2008 la crisi dei mutui subprime americani che ha innescato la più grande recessione dal dopoguerra ad oggi, lo scoppio della bolla Internet nel 1994 e la brutale crisi asiatica nel 1987. Prima, nel 1980 e nel 1973, i due shock petroliferi con pensanti ripercussioni nell’economia reale, con inflazione alle stelle e aumento della disoccupazione. Ora, a giudicare da alcuni commenti che arrivano dagli analisti finanziari, la fine del miracolo cinese che rischia di fiaccare il vento di flebile ripresa che soffia in Europa.
Insomma, questi intervalli rafforzano la teoria che circola fra gli addetti ai lavori sul timing dei cicli di crisi. Ma durano davvero ogni sette anni? E’ possibile destinare un capitolo sull’argomento nei prossimi libri di macroeconomia? “Se fosse così, sarebbe facile capire l’economia, mentre questa teoria può essere solo un modo di comunicare il fatto che le crisi tornano regolarmente. Ma sul periodo di sette anni, ho delle riserve “, spiega sul tema Vincent Touzé, economista dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche (Ofce). “E ‘abbastanza visionario come un modo di presentare le cose”, esordisce invece Bruno Cavalier, capo economista di Oddo Securities, tecnico che poi riconosce come “il timing del ciclo delle crisi in realtà” sia “variabile”.
Gli addetti ai lavori sottolineano che il tonfo dei mercati finanziari questa volta è da addebitarsi a una serie di concause come “il calo continuo dei prezzi del petrolio“, indicatore di un rallentamento della congiuntura mondiale e non solo dell’eccesso di offerta, “i dubbi sulla crescita cinese che potrebbe essere di molto inferiore al 7% preventivato dal governo di Pechino” e “l’imminente aumento dei tassi da parte della Federal Reserve che ha suscitato preoccupazione negli investitori” che amano invece il credito facile.
Proprio sulla crescita cinese, Willy Wo-Lap Lam, uno dei massimi esperti di elites politiche cinesi e dell’attuale classe dirigente, che ha raccontato nel suo ultimo saggio “Chinese Politics in the Era of Xi Jinping“, pubblicato per Taylor and Francis, dice esplicitamente che “Il miracolo economico del Paese della Grande Muraglia è finito” e la Cina è a corto di misure per sostenere i mercati. La crisi finanziaria, che si e’ acuita in questi giorni, evidenzia tutti i limiti della crescita di Pechino.
A rischio, spiega l’analista di Hong Kong, non c’è la stabilità della Cina, che verrà preservata dalla classe dirigente, ma la realizzazione di un nuovo modello di sviluppo che stenta a decollare. Lam placa i timori di un possibile hard landing dell’economia cinese, ma il rallentamento della locomotiva cinese è ormai un fatto assodato e il governo dovrà tenerne conto gia’ dai prossimi mesi, con l’importantissima scadenza, a marzo prossimo, della presentazione del nuovo piano quinquennale di sviluppo, il tredicesimo, che coprirà il periodo tra il 2016 e il 2020.
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Secondo l’analista, “la Cina continuerà a usare la polizia per arrestare i broker e in particolare chi pratica le vendite allo scoperto, ma allo stesso tempo smettera’ di usare i fondi governativi per salvare i mercati. Sono a corto di nuove misure. Dopo la crisi finanziaria del 2008, l’allora primo ministro cinese, Wen Jiabao, aveva dato il via a un pacchetto di investimenti statali del valore di quattromila miliardi di yuan per sostenere l’economia. Ora stanno facendo lo stesso gioco per mantenere il 7% di crescita. Il primo ministro Li Keqiang, all’inizio del 2015, aveva approvato investimenti statali per circa 1500 miliardi di yuan. Certo, poi le esportazioni hanno dato pessimi risultati e la Cina ha deciso la svalutazione dello yuan. I calcoli che hanno dato per il secondo trimestre sono fasulli: nessuno crede che la Cina cresca del 7%. Se si guarda a dati come il consumo di energia o le proiezioni del manifatturiero, sono molto negativi, anche rispetto ai dati dei primi mesi dell’anno”.
Per Lam, la crisi in atto evidenzia “che il calo dell’economia stia proseguendo piu’ velocemente del previsto perche’ le statistiche pubblicate sono chiaramente false. Il governo deve cambiare atteggiamento: il tredicesimo piano quinquennale verrà annunciato nel marzo del prossimo anno e penso che dovra’ dare stime attorno al 5-6% di crescita. Naturalmente la Cina continuerà a crescere, ma a ritmo molto piu’ lento di quanto faccia adesso”. La crisi non dovrebbe comunque produrre scossoni politici immediati. “Li Keqiang”, prevede Lam, “rimarrà al suo posto fino alla fine del suo mandato di cinque anni, ma dopo il Congresso del 2017 potrebbe essere retrocesso a capo dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese. E’ troppo presto per fare speculazioni, ma non credo che verra’ costretto a dimettersi nei prossimi due anni, anche se c’e’ bisogno di un capro espiatorio: potrebbe essere Xiao Gang, il capo della China Regulatory Commission (la Consob cinese) che corre il rischio di essere esautorato assieme ad altri funzionari di livello ministeriale, ma ai pezzi grossi non succedera’ nulla”.
E’ tuttavia “possibile”, spiega ancora, “che la Cina vada verso un periodo di bassa crescita. Se si usassero metodi internazionali per calcolare il prodotto interno lordo cinese, si potrebbe pensare che vadano verso una crescita del 2-3%. La Cina non rilascera’ mai simili dati, e attestera’ la crescita attorno al 6-6,5%, ma i dati internazionali parlerebbero di una crescita molto piu’ bassa, e questo farebbe precipitare il tasso di impiego. Anche in un periodo difficile, ritengo che il governo manterra’ comunque la stabilita’, ma a meno che la Cina non approvi nuove misure”, conclude Lam, “il miracolo economico e’ finito”.

