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Guerra in Medio Oriente, Confartigianato lancia l’allarme: a rischio 27,8 miliardi di export e 15,9 miliardi di energia

L’escalation nell’area minaccia mercati chiave del made in Italy e forniture energetiche strategiche, con effetti su crescita e investimenti delle imprese

Guerra in Medio Oriente, Confartigianato lancia l’allarme: a rischio 27,8 miliardi di export e 15,9 miliardi di energia
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Dagli Emirati all’Arabia Saudita, fino allo Stretto di Hormuz: sotto pressione vendite, petrolio, gas e ripresa del sistema produttivo

La guerra in Medio Oriente espone l’economia italiana a un doppio rischio: quello sui mercati di sbocco del made in Italy e quello sulle forniture energetiche. Secondo un’analisi di Confartigianato, l’escalation del conflitto mette in pericolo 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero italiano verso l’area e 15,9 miliardi di import di beni energetici, con possibili ricadute sulla crescita e sulla ripresa degli investimenti delle imprese.

Il Medio Oriente si è consolidato negli ultimi anni come un mercato dinamico per le esportazioni italiane. Nel 2025 le imprese italiane hanno venduto nell’area prodotti manifatturieri per 27.877 milioni di euro, una quota pari al 4,6% dell’export manifatturiero totale. La domanda è cresciuta più della media: tra gennaio e novembre 2025 l’export italiano verso l’area è aumentato del 7,9%, oltre il doppio rispetto al +3,1% registrato complessivamente dal made in Italy.

Il principale mercato dell’area è quello degli Emirati Arabi Uniti, che assorbono 9.135 milioni di euro di esportazioni italiane e hanno registrato una crescita del 18,5% tra gennaio e novembre 2025. Seguono l’Arabia Saudita con 6.320 milioni di euro e un aumento del 3,7% nel corso del 2025. Tra gli altri mercati in forte espansione si distinguono il Kuwait, con 1.861 milioni di euro di export e una crescita del 57,2%, e il Libano, con 971 milioni di euro e un aumento del 18,5%.

Tra i comparti più apprezzati dai mercati mediorientali ci sono i macchinari e apparecchi, che valgono 6.973 milioni di euro e rappresentano il 25% dell’export manifatturiero nell’area. Seguono metalli e prodotti in metallo con 2.697 milioni di euro, mezzi di trasporto con 2.604 milioni e il sistema moda — tessili, abbigliamento, pelle e accessori — con 2.406 milioni di euro.

Rilevante anche il contributo delle produzioni tipiche delle micro e piccole imprese, come alimentare, moda, legno e arredo, prodotti in metallo, gioielleria e occhialeria, che complessivamente generano 8.641 milioni di euro di esportazioni verso il Medio Oriente.

Sul piano territoriale la maggiore esposizione verso i mercati dell’area si registra in Lombardia, con 8.159 milioni di euro di esportazioni manifatturiere, seguita da Toscana con 4.065 milioni, Emilia-Romagna con 3.442 milioni, Veneto con 3.338 milioni e Friuli-Venezia Giulia con 725 milioni di euro.

Il Medio Oriente resta però una zona chiave anche per le forniture energetiche globali. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita il 26,6% del commercio mondiale di petrolio. Nel 2025 l’Italia ha importato dal Medio Oriente beni energetici per 15.966 milioni di euro, pari al 27,4% dell’import totale di petrolio e gas naturale.

Per quanto riguarda i Paesi che esportano petrolio e gas attraverso il Golfo Persico e il Golfo di Oman, collegati proprio dallo Stretto di Hormuz, l’Unione europea importa dall’area petrolio, gas e prodotti raffinati per 50,9 miliardi di euro, pari al 9,5% dell’import totale. In questo quadro l’Italia risulta il secondo Paese europeo importatore dall’area dopo la Francia, con 7.615 milioni di euro, pari al 13,1% dell’import nazionale.

Nel dettaglio, le importazioni italiane comprendono 2.822 milioni di euro di prodotti raffinati, prevalentemente dall’Arabia Saudita, 2.524 milioni di euro di gas naturale liquefatto interamente acquistato dal Qatar e 2.269 milioni di euro di petrolio greggio, di cui 1.242 milioni provenienti dall’Iraq e 1.027 milioni dall’Arabia Saudita.

Secondo Confartigianato, l’intensificarsi delle tensioni nell’area rischia quindi di colpire nello stesso momento le catene di approvvigionamento energetico e i mercati di sbocco del made in Italy, aggravando l’incertezza per le imprese e mettendo sotto pressione la ripresa economica e degli investimenti.

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