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Economia
A che cosa servono Confindustria e il suo presidente?

Il recente incontro fra Giorgio Squinzi e Matteo Renzi nell'ambito dell'inaugurazione della nuova fabbrica del gruppo Bonomi, a Brescia, dovrebbe far riflettere sull'utilità di una istituzione come la Confindustria italiana (che non ha uguali al mondo per forza politica, numero di dipendenti, ricchezza economica) e sul bilancio della presidenza Squinzi. Al di là delle discussioni oziose pro o contro la kermesse di Cernobbio, che si teneva nelle stesse ore, vale la pena di farsi domande concrete, a livello economico e politico.
La scelta di Squinzi di inaugurare la fabbrica di Brescia, peraltro, precede la decisione di Renzi di aggregarsi all'evento e non si spiega solo con la personale amicizia che il patron della Mapei coltiva da tempo con Bonomi. Il fatto è che il manifatturiero, le fabbriche, l'economia reale sono i temi portanti della presidenza Squinzi, che è egli stesso un manifatturiero chimico, uno dei maggiori tra l'altro.
A che cosa serve allora Confindustria? E che bilancio trarre dalla presidenza Squinzi?

DAL PARTITO DEI PADRONI A LA RISCOSSA
Le riflessioni che seguono sono, in parte, tratte dalla seconda edizione del mio libro La Riscossa, edito da Magenes, a giorni in libreria e dedicato proprio al tema della fabbriche.
Confindustria, peraltro è stata oggetto di un altro mio libro inchiesta (Il partito dei padroni, Longanesi 2010). Il saggio era molto critico verso le élite economiche (il cosiddetto "Salotto Buono") italiane e la Confindustria di allora. Quelle critiche sono valide ancora oggi. In particolare, venivano sottolineati privilegi, posizioni politiche contro la dignità del lavoro e favorevoli a bassi salari e precariato, rendite di posizione, capitalismo senza capitali e soprattutto l'aver cavalcato, e con notevole successo, l'idea della demolizione di tutta la politica in quanto tale (la scusa erano i privilegi della "Casta") per lasciar spazio a un presunto "governo dei migliori". Inoltre, erano evidenziate le inefficienze del sistema, i suoi costi esorbitanti, la sua struttura da ministero degli Esteri (oltre cinquemila dipendenti in tutto, e una struttura parallela a quella statale, con regioni e provincie), i tanti pseudo-imprenditori privi di azienda ma che vivono grazie alla rappresentanza e sono, per citare Gianni Agnelli, "professionisti di Confindustria", e la contraddizione consistente nel rappresentare contemporaneamente interessi contrapposti, come quelli delle aziende private e delle Statali. Il declino italiano - si sosteneva e dimostrava nel libro - è responsabilità delle sue élite dirigenti, economiche e politiche. Le élite economiche sono solo l'altra faccia di quelle politiche, non hanno niente di migliore.
Va però precisato che trattare di Confindustria è come parlare di un grande partito, con diverse anime al suo interno, anche contrapposte, aree più avanzate e altre stile "padroni dalle braghe bianche", una destra e una sinistra. Federchimica, presentata nelle pagine dedicate al settore chimico, è ad esempio la punta più avanzata dell'intero sistema, che non trova eguali nelle altre associazioni di settore.
Da quel libro a questo, la "Riscossa", sono passati cinque anni.
Se è vero che le critiche di allora restano tutte valide, va riconosciuto che con il tempo molte cose sono cambiate. In primo luogo, nel 2012 al vertice è arrivato Giorgio Squinzi, noto per le sue posizioni sindacali dialoganti, per la sua natura di imprenditore vero e innovatore, per la capacità di creare sviluppo economico con la sua azienda, per l'estraneità a giochi di potere, salotti buoni e cenacoli romani. Molte posizioni di Squinzi sembrano voler porre rimedio ai "difetti" evidenziati proprio nel libro "Il partito dei padroni", che evidentemente aveva precorso i tempi.

LA SVOLTA DI GIORGIO SQUINZI
Squinzi è tutt’altro che un falco o un padrone dalle braghe bianche, ma un cattolico sociale (appartiene alla fondazione "Centesimus Annus") moderato e riformatore. E soprattutto, da quando è arrivato, come una sorta di alieno in viale dell'Astronomia, Squinzi ha imposto una svolta. I punti della svolta possono essere ricondotti a cinque. Il primo riguarda la politica. Verso la politica, è cambiata la posizione: non le viene più chiesto di ritirarsi (la battaglia contro la "Casta" è scomparsa dalla sua agenda), ma di fare il suo dovere, di prendere in mano il Paese e riformarlo, e di varare, finalmente, una politica industriale. Senza una politica industriale di livello europeo davanti a noi c'è solo povertà. E l'unica entità che lo afferma è - purtroppo - la Confindustria di Squinzi, che sembra destinata a rimanere quasi inascoltata.
Il secondo punto è il dialogo sindacale. I sindacati non sono più visti come controparti contro le quali combattere, come ai tempi della presidenza di Antonio D'Amato e della grande guerra (persa) contro l'articolo 18, ma come alleati. Questo vale anche per le detestate (da alcuni colleghi di Squinzi) Cgil e Fiom, che ora, in virtù di accordi voluti da Squinzi (e che sarebbe troppo complesso illustrare qui) non si possono più escludere da alcun tavolo di contrattazione. Da ora in poi, gli accordi separati senza la Cgil che tanto piacevano ad alcuni predecessori di Squinzi, sono impossibili.
La vera controparte di tutti i sindacati (del resto, la vera natura di Confindustria è quella di un sindacato degli imprenditori) è la politica, che non è un nemico da abbattere ma un attore dal quale pretendere riforme: deburocratizzazione, sviluppo economico, politica industriale, sostegno al manifatturiero, ricerca e sviluppo, legalità.
Partendo da queste posizioni, Squinzi non ha mai risparmiato critiche ai singoli politici, con una franchezza ai limiti della brutalità.
La conseguenza più tangibile di questa svolta è - nonostante la crisi economica - la sostanziale assenza in tutto il Paese di scioperi e contestazioni sindacali importanti. Del resto, già da presidente di Federchimica, Squinzi aveva firmato sei contratti nazionali senza nemmeno un'ora di sciopero. Dialogare non implica arretrare dalle proprie posizioni, o rinunciare a riformare i contratti di lavoro, ai quali viene richiesta maggiore flessibilità, intesa come risposta alle esigenze delle produzione moderna, e non certo come precarietà o moderazione salariale. Il nuovo contratto dei chimici, firmato dall'attuale presidente di Federchimica, Cesare Puccioni, seguendo le linee di Squinzi, è un esempio del tipo di flessibilità che si vorrebbe introdurre a livello nazionale.
Il terzo punto è il rispetto del lavoro. Con la presidenza di Squinzi sono scomparse dall'agenda politica confindustriale tutte le richieste di moderazione salariale, mentre il rispetto del lavoro e della qualità di vita dei lavoratori sono diventati centrali. Tanto da paventare pubblicamente, ai tempi del governo Monti, una "macelleria sociale". Da presidente di Confindustria (e sembra paradossale) Squinzi si è posizionato come uno dei (pochi) difensori dei contratti nazionali di lavoro.
Il quarto è la questione del debito dello Stato e delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, che nel 2014 ha superato la cifra mostruosa  di cento miliardi di euro. Se lo Stato si decidesse a pagarne soltanto la metà, sarebbe una specie di gigantesco piano Marshall, tale da far decollare l'economia italiana. Ebbene, questa Confindustria è stata la sola a porre pubblicamente, e con forza, la questione, riuscendo a conquistare l'appoggio del presidente della Repubblica Giorgio Napoletano. Per risolvere faccenda, il governo Letta è riuscito a pagare qualcosa e a impostare un complesso, ma apparentemente efficace, sistema per pagare quasi tutto appoggiandosi al sistema bancario e alla Cassa depositi e prestiti. Il governo Renzi ha dichiarato di voler proseguire sulle stesse linee, ma al momento tutto è fermo. La Confindustria di Squinzi, però, ha fatto tutto ciò che poteva.
Il quinto punto è la questione del manifatturiero, che si lega a quella della politica industriale, che è necessarissima per la ripresa economica italiana, ma che, per ora, non c'è, nonostante le belle parole e le promesse del governo Renzi, alle quali, finora, non sono mai seguiti fatti. La Confindustria di Squinzi difende continuamente le fabbriche, il manifatturiero, la necessità di creare le condizioni per farle rimanere in Italia e farle crescere, la ricerca e sviluppo per renderle competitive. E', nei fatti, l'unica voce che in Italia difende queste cose.

L'AUTORIFORMA DI CONFINDUSTRIA
Oltre alla svolta di Squinzi, va segnalato che il sistema confindustriale nel suo complesso negli ultimi anni sembra aver recepito la necessità di auto-riformarsi, e, grazie al lavoro della commissione presieduta da Carlo Pesenti, ha varato una riforma in direzione della semplificazione, della riduzione dei costi, dell'abolizione delle regioni e dell'accorpamento delle provincie. Inoltre, l'uscita di Fiat da Confindustria (motivata con un dissenso politico, ma provocata in realtà dalla volontà di disancorarsi dall'Italia e quindi da tutti i tavoli italiani), la perdita di peso politico ed economico nel Paese delle vecchie grandi industrie e delle decadute famiglie del “salotto buono”, hanno spostato il baricentro di viale dell'Astronomia verso le medie imprese, che costituiscono ormai la vera e unica ossatura del sistema industriale ed economico italiano.

MA A CHE COSA SERVE CONFINDUSTRIA?
Oltre a queste evoluzioni, occorre fare una riflessione ulteriore, per rispondere alla domanda "a cosa serve Confindustria?". La mia opinione è che, nel mondo globalizzato e policentrico nel quale viviamo, un'associazione del genere, pur con tutti i suoi limiti, oggi sia utile ancor più di prima. Perché incentiva le imprese a sedersi a un "tavolo italiano", che affronta i problemi italiani e che le tiene ancorate e sensibili ai problemi del Paese e della base produttiva. Non a caso, quando la Fiat di Marchionne ha deciso di disancorarsi dall'Italia, ha anche stabilito di uscire da Confindustria. Il vero motivo della scelta di uscire da viale dell'Astronomia è solo questo, e non gli  asseriti dissensi in tema di linea politica e sindacale.

SPROVINCIALIZZARE LE AZIENDINE
Inoltre, essendo molte aziende italiane ancora famigliari e per tanti aspetti provinciali, far parte di Confindustria le obbliga a un confronto continuo e offre loro spunti per crescere, per internazionalizzarsi, per svilupparsi. E ricorda alla politica, e anche all'Europa, che esiste un sistema produttivo e industriale italiano, con precise esigenze.
Con tutto ciò, il sistema confindustriale italiano presenta ancora innumerevoli difetti. Ci sono ancora moltissimi "professionisti di Confindustria", presunti imprenditori senza impresa, pseudopolitici che campano di cariche confindustriali e delle relazioni che grazie a queste riescono a creare, conquistando presidenze, incarichi pubblici e prebende varie & assortite. E molti iscritti a Viale dell'Astronomia, e con loro tanti dirigenti, ancora esprimono posizioni retrive. Ma questa è l'Italia. Anche.

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