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Economia

 

 

Draghi (1)

Di Luca Spoldi

Mario Draghi, numero uno della Banca centrale europea ed ex governatore della Banca d'Italia, deve in cuor suo covare qualche perplessità sulla capacità di "execution" dei governi italiani, al di là del premier pro tempore incaricato, di superare l'empasse in cui la crisi ha fatto precipitare il "sistema paese". Tanto che già a marzo aveva commentato: l'Italia prosegue sulla strada delle riforme, il voto "fa più paura ai politici che ai mercati". Mentre in questi giorni avrebbe nuovamente commentato: "Ci sarà ancora una volta un gran caos, ma poi non succederà nulla di drammatico, né in negativo né purtroppo in positivo".

Draghi, che da oltre un anno col programma Omt della Bce sta "comprando tempo" dicendo sostanzialmente ai mercati di non cercare di ingaggiare nuove sfide mentre i governi europei stanno procedendo a ridisegnare la portata del welfare e il perimetro delle attività della pubblica amministrazione, conosce bene il teatrino politico tricolore e sa che di questo passo se si continuerà a "perder tempo" il suo gran lavorio non servirà a nulla all'Italia, semmai favorendo altri paesi membri della Ue che pure hanno bisogno di riforme, non solo Francia o Spagna ma la Germania stessa.

Due i rischi maggiori di un simile empasse: da un lato procrastinare ulteriormente l'avvio di quella cura che, "letale" per i modi e i tempi finora seguiti (si è cercato in un momento di recessione di avviare contemporaneamente una fin troppo "virtuosa" diminuzione della leva finanziaria di banche e imprese, del debito privato e di quello pubblico, finendo col deprimere la domanda interna e far precipitare gli ordini per industrie manifatturiere e aziende commerciali), resta comunque indispensabile per colmare il gap di produttività che negli anni si era andato scavando rispetto ai diretti concorrenti delle nostre aziende non solo sul mercato domestico ma anche su quelli internazionali.

Dall'altro continuando a posporre l'uscita dalla crisi il paese sta letteralmente "bruciando" il presente di milioni di lavoratori e il futuro di ulteriori milioni di futuri lavoratori, deprimendo il reddito disponibile (e quindi i consumi) come pure la possibilità di accumulare sufficienti contributi per le future prestazioni pensionistiche, pubbliche o private che siano. Con in più l'aggravante che il dover mantenere i tassi ai livelli più bassi possibile da parte della Bce (come pure delle altre banche centrali occidentali) sta creando non pochi problemi a quegli investitori istituzionali come assicurazioni e fondi pensione che tradizionalmente investono una parte cospicua del patrimonio in gestione in titoli di stato.

Insomma: i costi della crisi non sono solo quelli che emergono dalla contabilità nazionale in termini di Pil o di deficit e debito pubblico. Occorre darsi da fare e rifiutare una soluzione "giapponese" alla crisi da risolvere su tempi decennali e trovare quanto prima le intese più ampie possibili su programmi concreti, cercando una soluzione in grado per quanto possibile di minimizzare i costi per il tessuto produttivo e per i consumi domestici, ripartendo gli oneri tra i vari attori sociali, senza più consentire ad un clima da "campagna elettorale continua" di bloccare ogni ammodernamento del paese.

Altrimenti i viaggi all'estero per cercare di attrarre indispensabili nuovi flussi di investimento a nulla serviranno, come pure sarà impossibile convincere quei gruppi esteri che già controllano aziende e marchi italiani a investire nel Belpaese se non si dimostrerà nei fatti che le regole valgono per tutti e non diventano di volta in volta una bandiera elettorale da brandire assieme al più volte invocato, ma mai attuato finora, taglio del cuneo fiscale sul lavoro. Per riuscire a varare il quale occorre decidere, possibilmente in un clima di pacificazione nazionale, quali altre voci di spesa tagliare o quali altre tasse o accise andare ad aumentare in compensazione. Altrimenti l'unico risultato sarà di perdere tempo e condannare ad un futuro sempre più incerto gli italiani e i loro figli e nipoti.


 

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