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Economia
Borse e spread, brutta cosa la memoria corta

di Sergio Luciano

Che brutta cosa è la memoria corta. Di fronte alla risalita dello spread e alle due o tre sedute negative di Piazza degli Affari, porsi domande da “marziani”, come se fossimo tutti atterrati sul Pianeta Terra dopo un viaggio intergalattico di cento anni luce e chiedersi “perché?” è comprensibile ma un po’ ingenuo. La svolta rappresentata dall’avvento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi è stata una felice concomitanza tra la “voglia di ripresa” che si è accumulata in tutti noi italiani dopo sei anni di una crisi veramente infame e l’emersione di un personaggio dall’innegabile carica d’energia positiva. Giovane, per quanto erano bolsi e vecchi i suoi predecessori Monti e soprattutto Berlusconi e il suo pur non-vecchio sfidante Bersani, che anagraficamente viveva ancora anni verdognoli, se non verdi (almeno in rapporto con l’età media della casta) ma era bollito e sfiancato da anni di logorante lotta politica.

Renzi invece, pur figlio di un passato politico doc – padre democristiano! – è in fondo un “homo novus”. Anche frugando nel suo passato i suoi tanti oppositori non stanno trovando nulla che possa tarpargli le ali. Ha reclutato una squadra così così ma non priva di vere novità, per esempio la parità di genere. E si è lanciato in una serie di annunci e promesse altisonanti quanto quelle di Berlusconi ma un po’ più credibili: sia perché è più credibile lui che le fa, sia perché qualche mossa concreta di segno nuovo l’ha fatta. E sia perché non ha ancora dato prova di mentire a manetta, come ha fatto invece ampiamente il Cavaliere. Cos’è successo, allora, per deprimere così spread e Piazza Affari? Be’, diciamo subito che non è successo niente che riguardi, nel bene o nel male, il governo Renzi. “Pittibimbo”, come lo chiamano i non pochi detrattori, s’è insediato col suo esecutivo il 14 febbraio, quindi è evidente che non può essere né merito né colpa sua se il Pil al 31 marzo è stato inferiore alle attese. Le misure del governo, le primissime – soprattutto gli 80 euro in busta paga e la semi-liberalizzazione dei contratti a termine – potranno avere qualche effetto da ora in avanti, ma finora non ne hanno avuti, di alcun segno.

E dunque? Dunque è chiaro che i problemi economici di fondo che hanno soffocato la nostra economia con particolare virulenza dopo il 2007 ma in realtà da assai prima, creando quell’enorme differenziale di crescita che c’è tra l’Italia e gli altri principali Paesi del G8, ci sono tutti e sono ben lungi dall’essere avviati a soluzione. Ma allora perché tanta euforia sui mercati fino a pochi giorni fa e ora tanto pessimismo? L’euforia si spiega in parte con i numerosi “segnali deboli” ma importanti che l’economia reale ha lanciato: la ripresa dei mutui casa, +9%; la ripresa del leasing, +5%; la ripresa dell’automercato, +2% il nuovo e +5% l’usato; la ripresa del traffico autostradale, + 1,5% sulla rete di Autostrade con punte al +18% sulla Torino-Milano. Ma a parte questi segnali, piaceva ai mercati il piglio riformista di Renzi, la sua giovane età e l’apparente irriverenza che sembrava garanzia di incontrollabilità da parte dei vecchi apparati partitici. Cos’è cambiato, negli ultimi dieci giorni? Due elementi, che non sono sfuggiti agli osservatori e agli analisti delle grandi banche d’investimento internazionali, quelle che “fanno il mercato”.

Il primo è stato l’inasprimento - non imprevedibile ma senza dubbio acutissimo - dei toni della campagna elettorale, con questa mina vagante di Grillo che, straparlando come un tempo faceva soltanto Umberto Bossi, e candidandosi a raccogliere, dicono i sondaggi, qualcosa come il 25% dei consensi, minaccia di pregiudicare qualsiasi governabilità interna, soprattutto se non cambia la legge elettorale. Ma è stato anche e soprattutto qualche scricchiolio nella maggioranza che sostiene Renzi, proprio sulle riforme, a spaventare gli analisti. E’ come se si fossero risvegliati da un letargo e si fossero ricordati, di soprassalto, che Renzi ha oggi la maggioranza tra i delegati del suo partito e non tra gli eletti del Pd, i quali seggono in Parlamento grazie al fatto di essere stati messi in lista da colui che Renzi ha sconfitto… Ma c’è un altro evento che ha scosso gli osservatori più attenti per la risonanza internazionale che ha avuto: lo scandalo dell’Expo. Al netto di ogni improprio anticipo di giudizio, e salva la buona fede del commissario Giuseppe Sala, quel che la vicenda dimostra sono due gravissimi problemi di fondo: primo, che il vizio della corruzione è un cancro incurabile nel sistema istituzionale che interfaccia il business, per cui anche nel quadrante più delicato ed esposto al monitoraggio di tutti (dalla Procura al Parlamento all’opinione pubblica) i soliti noti hanno ritenuto di poter spadroneggiare impunemente: fallendo, per fortuna, ma il solo fatto che c’abbiano provato inizialmente riuscendoci depone malissimo; secondo, che le competenze, o la grinta, o l’insieme tra le due cose, della nostra migliore classe dirigente non bastano, o almeno stavolta non sono bastate, a prevenire efficacemente il ripetersi di queste cancrene.

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