Come il gotha dell'economia mondiale riunito a Davos vede l'Europa e l'Italia?
"E' ancora prematuro dare un giudizio definitivo, visto che devono ancora parlare molti capi di Stato e di governo ed è atteso l'intervento del presidente della Bce Mario Draghi. Detto questo, il tema principale su cui si sta dibattendo è lo stato della crisi e della ripresa economica. Quest'anno, il World Economic Forum ha registrato circa 2.800 partecipanti, una presenza che ha battuto quella degli anni scorsi, soggetti che vengono da ogni parte del mondo e che sono in maggioranza tendenzialmente ottimisti".

Perché?
"Le agende di molti governi hanno cominciato ad affrontare una serie di problemi strutturali che si unisce alla forte voglia di tornare a fare business e investire da parte degli investitori. Le banche centrali hanno riversato un'enorme massa di liquidità sui mercati  per cui gli asset managers cercano investimenti con più alta redditività rispetto al passato. Questo si traduce in disponibilità di finanza e capitali per le imprese. Un assaggio lo stiamo avendo in Italia, con le ultime Ipo che hanno dato risultati importanti o con i corporate bond, emessi dalle aziende e sottoscritti dagli investitori, con una domanda sempre superiore all'offerta. Il tema che sta interessando i presenti è se e come i governi nazionali saranno capaci nell'immediato futuro di alimentare la fiamma della ripresa, cercando di trasformarla in crescita più stabile e sostenuta. Così, tutti i capi di Stato e i primi ministri sono focalizzati nell'illustrare alla platea le riforme che hanno messo in piedi per favorire l'insediamento di aziende e attrarre gli investimenti esteri nel loro Paese. E' in corso una sorta di battaglia tra chi presenta le condizioni più credibili".

Si parla dell'Italia?
"Non molto e non so se sia un bene o un male".

Perché?
"Due anni fa, il nostro era il Paese più a rischio sullo scacchiere mondiale e molti s'interrogavano sugli effetti che un default italiano avrebbe potuto avere su tutta l'Europa. Oggi, invece, non siamo più sotto i riflettori".

Ed è un bene...
"Da una parte sì, perché significa che i mercati non ci considerano più come un malato grave. Dall'altra, vediamo Paesi che sono in un avanzato stadio di ristrutturazione e che quindi attraggono più attenzione. L'Italia è considerata stabile e questo riconoscimento ci viene attribuito in maniera molto forte e ci sono molti capitali già pronti alla porta del nostro Paese che aspettano solo che vengano risolti alcuni punti importanti per rilanciare veramente la nostra economia". 

recchi (2)
 

Alcune banche d'affari definiscono la Francia come il vero malato d'Europa dell'ultima ora...
"Il tema delle condizioni economiche della Francia è stato affrontato: sono emersi molti elementi di preoccupazione anche se non ho sentito fare una diagnosi definitiva. La mia impressione piuttosto è che verso tutta l'Europa ci sia un sentiment di convalescenza virtuosa".

Può spiegare?
"E' per questo che la pressione dei mercati finanziari sull'Europa si è allentata e gli spread sono scesi. C'è una sorta di sensazione da 'lavori in corso'. Il che non vuol dire ancora che gli operatori economici ritengano che il Vecchio Continente sia finalmente un malato guarito. Dunque, alla domanda: 'Cresce l'Europa?' La risposta è:' Non ancora come dovrebbe ma speriamo presto. Ho visto invece, ad esempio, molta attenzione verso il Messico".   

Paese che è a capo dei Mint (nuova sigla che sta per Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia, ndr) e che si candida a rimpiazzare i Bric come attrattività e tassi di crescita...
"La presentazione del presidente messicano ha impressionato tutti. E' un'area che è già diventata il mercato di riferimento di molti investitori internazionali, perché ha saputo mettere insieme policy pro-business e liberarsi da alcuni vincoli protezionistici. Il mondo sta crescendo, l'Europa un po' meno, ma cova una grande voglia di fare business". 

*BRPAGE*

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La Spagna ha appena annunciato l'uscita dal programma di assistenza finanziaria dell'Unione Europea. Anche da quello che si dice a Davos, possiamo ritenere che la crisi del debito e dei Piigs sia definitivamente alle spalle?
"Ancora no. Qui al Wef si è parlato molto dell'effetto sulla congiuntura che hanno avuto le politiche monetarie della banche centrali e della differenza importante che c'è fra la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea. Mentre la Bce ha l'obiettivo di tenere a bada l'inflazione e di proteggere così il risparmio, i banchieri della Fed prendono invece le loro decisioni tenendo d'occhio il tasso di disoccupazione. Più che il risparmio, l'obiettivo della banca centrale Usa è quindi proteggere il lavoro. E così si è parlato delle conseguenze del quantitative easing e dell'effetto che questo ha avuto sul deprezzamento del dollaro che ha rafforzato la capacità d'esportazione delle imprese americane".

Sia la Fed sia la Bce e sia la Bank of Japan hanno messo in atto una politica monetaria ultra espansiva. Come non si è mai visto prima. Non c'è il rischio che si vada in contro a un'altra bolla finanziaria, come quella che a fine 2007 ha portato allo scoppio della crisi dei mutui subprime?
"Mah, qualcuno ipotizza questo scenario. C'è questa aspettativa. Vedremo cos'accadrà nei prossimi mesi anche in relazione alle verifiche sulle banche che verranno fatte in Europa e se c'è qualche Paese nel Vecchio Continente che risulterà meno solido degli altri. Prima si parlava della Francia: non ho sentito nessun francese lanciare allarmi sul proprio Paese. Per il momento,  è come se non ci fosse ancora una presa di coscienza, forse dovuto ad un eccessivo campanilismo. Ma più che sul debito dei paesi, l'attenzione degli operatori che guardano all'Europa è tutta incentrata sulle riforme pro-business che metteranno in atto, in grado di attivare la crescita. E' importante che anche l'Italia, ora che ha recuperato credibilità, non fallisca l'appuntamento con queste politiche di sviluppo. Mi sembra che il business plan (ad esempio il Piano Destinazione Italia) costruito per questo sia buono, l'importante è eseguirlo in fretta ".  

A proposito di riforme pro-crescita, l'Unione Bancaria Europea e gli stress test che la Bce metterà a punto nel 2014 potrebbero smorzare la fiammella della ripresa?
"Non essendo il mio settore, non saprei dirlo con esattezza. Posso dire però che molti banchieri europei con cui ho parlato ultimamente mi hanno dato dei segnali positivi sull'andamento della loro attività. I loro istituti non sono in sofferenza. Certo, aleggia ancora l'incognita dei titoli di Stato di cui sono carichi i bilanci di molti istituti, ma se i governi faranno il loro dovere, saranno dei buoni asset da continuare a tenere. Per il momento c'è ancora un po' di incertezza sulle reali condizioni di salute del sistema bancario".

davos (6)Guarda le immagini dal Wef di Davos

Parliamo di energia, che invece è il suo settore d'appartenenza, essendo lei il presidente dell'Eni. Cosa pensa della proposta della Commissione Europea di accelerare sul fronte della riduzione delle emissioni di CO2, diminuendole del 40% entro il 2030? E' un obiettivo sostenibile per l'industria italiana?
"Senza entrare nello specifico, credo che questo tema debba essere affrontato tenendo in considerazione anche gli altri aspetti su cui la Commissione Ue sta lavorando, come la competitività delle imprese europee, il costo dell'energia in generale e la strategia dello sviluppo energetico. Gli obiettivi di abbattimento delle emissioni sono dei target giusti, ma non vanno decisi in maniera svincolata dal complesso della strategie che l'Europa deve affrontare sul fronte del lavoro, dell'industria e della ripresa economica".

A differenza dell'Europa, gli Stati Uniti raggiungeranno presto l'indipendenza energetica grazie anche allo shale gas. Perchè il Vecchio Continente non crede in questa rivoluzione?
"La rivoluzione dello shale gas è partita dagli Usa, perché gli americani sono ricchi di queste risorse-. In Europa, non ce n'è cosi tanto come negli States ma quel poco che c'è per adesso non viene valorizzato. In più c'è da dire che mentre gli Stati Uniti hanno una strategia energetica federale, in Europa, composta da 28 paesi, abbiamo una frammentazione  dei poteri regolatori sul tema energetico che ha reso per adesso molto difficile perseguire una politica coordinata.  Infine, c'è poi anche una differenza di diritto: negli Stati Uniti, ad esempio, il sottosuolo è di proprietà del privato, mentre in Europa la proprietà è dello Stato".

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Economia

 

twitter@andreadeugeni

"L'Italia è considerata stabile e questo riconoscimento ci viene attribuito in maniera molto forte. Ci sono molti capitali già pronti alla porta del nostro Paese che aspettano solo che vengano risolti alcuni punti importanti per rilanciare veramente la nostra economia".

E' l'analisi di Giuseppe Recchi, presidente dell'Eni intervistato da Affaritaliani.it (nella foto, a sinistra, con l'amministratore delegato del colosso petrolifero Paolo Scaroni), manager che racconta come il nostro Paese viene visto ora dal gotha dell'economia mondiale riunito al World Economic Forum di Davos. Recchi spiega che i governi nazionali stanno facendo a gara per illustrare la bontà delle proprie riforme pro-business. "E' importante che anche l'Italia, ora che ha recuperato credibilità, non fallisca l'appuntamento con queste politiche di sviluppo", dice. E aggiunge: "Mi sembra che il business plan, come il Piano Destinazione Italia, costruito per questo sia buono, l'importante è eseguirlo in fretta ". Poi un'analisi sull'Europa, la Francia (per alcuni nuovo malato Ue), le banche del Vecchio Continente e la "sorpresa" Messico....


L'INTERVISTA

recchi
 

Come il gotha dell'economia mondiale riunito a Davos vede l'Europa e l'Italia?
"E' ancora prematuro dare un giudizio definitivo, visto che devono ancora parlare molti capi di Stato e di governo ed è atteso l'intervento del presidente della Bce Mario Draghi. Detto questo, il tema principale su cui si sta dibattendo è lo stato della crisi e della ripresa economica. Quest'anno, il World Economic Forum ha registrato circa 2.800 partecipanti, una presenza che ha battuto quella degli anni scorsi, soggetti che vengono da ogni parte del mondo e che sono in maggioranza tendenzialmente ottimisti".

Perché?
"Le agende di molti governi hanno cominciato ad affrontare una serie di problemi strutturali che si unisce alla forte voglia di tornare a fare business e investire da parte degli investitori. Le banche centrali hanno riversato un'enorme massa di liquidità sui mercati  per cui gli asset managers cercano investimenti con più alta redditività rispetto al passato. Questo si traduce in disponibilità di finanza e capitali per le imprese. Un assaggio lo stiamo avendo in Italia, con le ultime Ipo che hanno dato risultati importanti o con i corporate bond, emessi dalle aziende e sottoscritti dagli investitori, con una domanda sempre superiore all'offerta. Il tema che sta interessando i presenti è se e come i governi nazionali saranno capaci nell'immediato futuro di alimentare la fiamma della ripresa, cercando di trasformarla in crescita più stabile e sostenuta. Così, tutti i capi di Stato e i primi ministri sono focalizzati nell'illustrare alla platea le riforme che hanno messo in piedi per favorire l'insediamento di aziende e attrarre gli investimenti esteri nel loro Paese. E' in corso una sorta di battaglia tra chi presenta le condizioni più credibili".

Si parla dell'Italia?
"Non molto e non so se sia un bene o un male".

Perché?
"Due anni fa, il nostro era il Paese più a rischio sullo scacchiere mondiale e molti s'interrogavano sugli effetti che un default italiano avrebbe potuto avere su tutta l'Europa. Oggi, invece, non siamo più sotto i riflettori".

Ed è un bene...
"Da una parte sì, perché significa che i mercati non ci considerano più come un malato grave. Dall'altra, vediamo Paesi che sono in un avanzato stadio di ristrutturazione e che quindi attraggono più attenzione. L'Italia è considerata stabile e questo riconoscimento ci viene attribuito in maniera molto forte e ci sono molti capitali già pronti alla porta del nostro Paese che aspettano solo che vengano risolti alcuni punti importanti per rilanciare veramente la nostra economia". 

recchi (2)
 

Alcune banche d'affari definiscono la Francia come il vero malato d'Europa dell'ultima ora...
"Il tema delle condizioni economiche della Francia è stato affrontato: sono emersi molti elementi di preoccupazione anche se non ho sentito fare una diagnosi definitiva. La mia impressione piuttosto è che verso tutta l'Europa ci sia un sentiment di convalescenza virtuosa".

Può spiegare?
"E' per questo che la pressione dei mercati finanziari sull'Europa si è allentata e gli spread sono scesi. C'è una sorta di sensazione da 'lavori in corso'. Il che non vuol dire ancora che gli operatori economici ritengano che il Vecchio Continente sia finalmente un malato guarito. Dunque, alla domanda: 'Cresce l'Europa?' La risposta è:' Non ancora come dovrebbe ma speriamo presto. Ho visto invece, ad esempio, molta attenzione verso il Messico".   

Paese che è a capo dei Mint (nuova sigla che sta per Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia, ndr) e che si candida a rimpiazzare i Bric come attrattività e tassi di crescita...
"La presentazione del presidente messicano ha impressionato tutti. E' un'area che è già diventata il mercato di riferimento di molti investitori internazionali, perché ha saputo mettere insieme policy pro-business e liberarsi da alcuni vincoli protezionistici. Il mondo sta crescendo, l'Europa un po' meno, ma cova una grande voglia di fare business". 

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