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Economia
Def, privatizzazioni allo studio. Da Enav a Leonardo: ecco i dossier

Le privatizzazioni ripartono? Nell’ultima versione della nota di aggiornamento del Def approvata dal governo, si precisa come la nuova stima riduzione del rapporto debito/Pil (dal 2,4% a fine 2019, al 2,1% a fine 2020, fino all'1,8% a fine 2021, ndr) “incorpora l’ipotesi di introiti da privatizzazioni e da altri proventi finanziari per circa lo 0,3% del Pil in entrambi gli anni 2019 e 2020”.

Considerato che a fine 2017 il Prodotto interno lordo (Pil) italiano è risultato pari a circa 1725 miliardi e che quest’anno dovrebbe salire a circa 1744 miliardi, lo 0,3% dovrebbe equivalere a poco più di 5 miliardi l’anno, pari a una decina di miliardi abbondante tra il 2019 e il 2020. Ma quali potrebbero essere le prime privatizzazioni del governo gialloverde e come verrebbero attuate, visto che la posizione sia di Lega sia di M5S in campagna elettorale è stata molto critica riguardo la cessione del controllo di aziende pubbliche?

Il metodo più semplice è probabilmente quello di trasferire alcune delle partecipazioni attualmente facenti capo al ministero dell’Economia e Finanze (il Tesoro) a Cassa depositi e prestiti, che dallo stesso Tesoro è controllata all’82,77% (il 15,93% fa capo ad un gruppo di fondazioni bancarie), ma per la contabilità Ue non fa formalmente capo al settore pubblico.

Volendosi limitare alle sole società quotate, il Tesoro possiede tuttora il 53,28% di Enav, il 25,58% di Enel, il 4,34% di Eni, il 30,2% di Leonardo, il 29,26% di Poste Italiane, oltre al 68,25% di Mps dopo il salvataggio di quest’ultimo. Vi sono poi una serie di partecipazioni in aziende non quotate come FS - Ferrovie dello Stato Spa (100%), Sogei (100%), Ram - Rete autostrade mediterranee (100%), Rai - Radio Televisione Italiana (99,56%).

A queste si aggiunge poi anche il 50% di Stmicroelectronics Holding NV, cui fa capo il 27,5% del produttore italo-francese di semiconduttori Stmicroelectronics NV, di cui dunque il Tesoro possiede indirettamente il 13,75%, e sempre indirettamente, tramite Poste Italiane (già socia al 15% di Midco, che controllava il 51% del capitale della compagnia sino agli inizi di maggio 2017, quando Alitalia fu posta in amministrazione straordinaria), il 7,65% di Alitalia.

Quanto valgono le partecipazioni del Tesoro? Alle quotazioni correnti, quella residua in Eni vale oltre 2,56 miliardi, quella in Leonardo oltre 1,81 miliardi, quella in Enav circa 1,19 miliardi: in tutto sono oltre 5,5 miliardi di euro e potrebbero dunque bastare per l’anno prossimo. L’anno successivo si potrebbe valutare il trasferimento di una quota di Enel: visto che attualmente l’ex monopolista elettrico italiano capitalizza oltre 45,3 miliardi sarebbe sufficiente trasferire poco meno della metà della partecipazione per incassare oltre 5 miliardi di euro.

Alternativamente, il trasferimento dal Tesoro a Cdp dell’intera partecipazione in Enel, magari in due distinte tranche, potrebbe generare un incasso di oltre 11,5 miliardi, ma sembra poco probabile che venga seguita questa strada così come il trasferimento della partecipazione in Poste Italiane (che vale in tutto 2,56 miliardi). Per Mps (valore potenziale di oltre 1,62 miliardi) non c’è fretta, visto che gli accordi raggiunti in sede comunitaria prevedono che lo stato ceda il controllo entro il 2021, dopo aver proceduto al risanamento dell’istituto (e magari ad una sua fusione con altre banche).

Per Alitalia ugualmente non è verosimile un immediato disimpegno del Tesoro, non fosse altro perché la società continua a perdere soldi e dunque non può essere oggetto di un investimento di Cdp. Ancora più improbabile (ma non impossibile, in teoria), infine, che vi sia un ripensamento a breve circa l’opportunità di procedere ad una privatizzazione parziale FS (l’alta velocità) o della Rai, in quest’ultimo caso anche solo attraverso una diluizione della quota di controllo in Rai Way, attualmente pari al 64,9% (per un valore di mercato di 785 milioni).

 

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