Difesa, il riarmo cerca capannoni
Centonovantasette. Sono gli impianti produttivi per la difesa aperti o avviati nel continente europeo solo tra gennaio 2024 e agosto 2026. Il conto lo ha fatto Cushman & Wakefield nel report “Future Flows: Global Dynamics & European Industrial Real Estate”, e dice una cosa che i bilanci pubblici, da soli, non raccontano: la spesa militare, prima di diventare mezzi e munizioni, diventa metri quadrati. Stabilimenti da costruire, linee da installare, capannoni da riconvertire.
Secondo la società di servizi immobiliari, un’ondata di investimenti del valore di centinaia di miliardi di euro sta trasformando il mercato immobiliare industriale europeo. La ricerca offre una delle evidenze più chiare di come l’aumento dei budget militari si stia traducendo in domanda di immobili.
La mappa: Londra, Berlino, Parigi. Poi l’Italia
In testa alla graduatoria c’è il Regno Unito con 34 investimenti, seguito da Germania (27) e Francia (26). Subito dietro, un’attività che il report definisce intensa in Spagna, Polonia e Italia. Nel nostro Paese i capitali vanno soprattutto verso l’aerospazio e la cantieristica navale, con Leonardo indicata tra i principali investitori europei.
L’Europa centro-orientale, per vicinanza al conflitto in Ucraina, si conferma invece hub strategico per artiglieria e munizioni. È il comparto che ha raccolto il maggior numero di annunci.
A spingere, spiega l’analisi di Cushman & Wakefield, sono due fattori: il forte incremento della spesa dei governi europei e la volontà di rafforzare la capacità produttiva interna al continente. La strategia industriale europea per la difesa (EDIS) fissa l’obiettivo di destinare a prodotti fabbricati nell’UE il 50% della spesa in equipaggiamenti entro il 2030 e il 60% entro il 2035.
Lo strumento finanziario SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti. I portafogli ordini dei grandi gruppi e dei fornitori strategici si allargano, e con loro il fabbisogno di spazi lungo l’intera supply chain.
Italia, la partita delle PMI è ancora da giocare
Per il mercato italiano, avverte il report, la fase più significativa potrebbe essere ancora davanti. Finora gli investimenti hanno riguardato in prevalenza i grandi contractor e i fornitori di primo livello; ai piani più bassi della filiera la domanda si è mossa con minore intensità. Man mano che le commesse scenderanno lungo la catena produttiva, anche le piccole e medie imprese dovranno ampliare la propria capacità industriale.
I numeri raccolti danno la misura del bacino: oltre 2.500 PMI attive in Europa nel settore della difesa e, considerando l’intera filiera, circa 2,8 milioni di persone occupate in piccole e medie imprese. Con differenze nette tra i modelli nazionali. In Francia, Germania e Svezia l’occupazione si concentra nei grandi gruppi; in Italia, Spagna e Paesi Bassi il peso delle PMI è più rilevante. Proprio qui, secondo l’analisi, l’estensione degli investimenti lungo la supply chain potrebbe tradursi in una crescita particolarmente sostenuta della domanda di immobili industriali di piccole e medie dimensioni.
“Il settore della difesa sta assumendo un profilo di crescente interesse grazie a dinamiche di domanda sostenute da programmi governativi di lungo periodo”, commenta Andrea Mauro, Partner Industrial & Logistics Capital Markets di Cushman & Wakefield. “Il progressivo ampliamento della capacità produttiva richiesto lungo l’intera supply chain potrebbe tradursi in un incremento strutturale della domanda di immobili industriali, generando nuove opportunità di investimento, Sale&LeaseBack, sviluppo e valorizzazione degli asset”.
Che cosa cerca l’industria della difesa
Sul piano immobiliare, il 54% degli investimenti censiti riguarda la realizzazione di nuove strutture produttive, il restante 46% l’espansione di siti già operativi. Tra i nuovi progetti prevalgono gli sviluppi ex novo, pari al 36% del totale, affiancati da acquisizioni, locazioni e riconversioni di immobili esistenti. Per Cushman & Wakefield è la conferma che il settore assorbe tanto prodotto nuovo quanto stock già disponibile.
La taglia tipica è media: tra 10.000 e 25.000 mq. Le riconversioni toccano soprattutto i siti più grandi, spesso acquistati in blocco da un operatore della difesa per installarvi nuove linee. Alcuni immobili richiedono interventi specifici: protezioni antiesplosione, pavimenti rinforzati, sistemi di sicurezza e controllo accessi più stringenti. Molti restano però edifici industriali convenzionali, e questo apre spazio alla valorizzazione dell’esistente.
Un’avvertenza per chi tratta: i tempi possono allungarsi. Il report segnala verifiche di sicurezza su immobile, proprietà e vicini, oltre a eventuali autorizzazioni governative.
Per proprietari e sviluppatori, osserva la società, la filiera della difesa rappresenta un’opportunità sempre più rilevante. In un Paese come l’Italia, fatto di PMI diffuse e distretti manifatturieri specializzati, l’espansione della capacità produttiva potrebbe portare nuove occasioni di valorizzazione del patrimonio industriale esistente e più domanda di spazi nei principali poli industriali.
625 miliardi in quattro anni
L’orizzonte è lungo. La spesa per la difesa dei Paesi UE dovrebbe salire da 419 miliardi di euro nel 2025 a 547 miliardi nel 2029, il 31% in più. Se la quota destinata agli equipaggiamenti resterà sui livelli attuali, tra il 2026 e il 2029 si spenderanno 625 miliardi: più dei 534 dell’intero periodo 2016-2025.
Quattro anni che valgono più del decennio precedente. Per Cushman & Wakefield la domanda di spazi produttivi legata alla difesa resterà una componente strutturale del mercato logistico e industriale europeo.


