L’annuncio a sorpresa della Bce che giovedì ha virtualmente azzerato il costo del denaro in Europa e preannunciato l’avvio da ottobre di un vasto programma di acquisto di Abs ha galvanizzato i mercati finanziari del vecchio continente, facendo scattare nuovi acquisti sui titoli finanziari e sui titoli di stato in tutta Europa. Dell’annuncio, solo in parte atteso, hanno beneficiato più di tutti Btp e Bonos (i cui rendimenti e spread contro Bund sono tornati a scendere) ma anche azioni di banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit (che dopo l’annuncio hanno segnato rialzi tra il 5,5% e il 5% a testa), piuttosto che Raiffeisen International, Mps, Mediobanca e Bpm (tutte oltre il 4% di rialzo giovedì sera).
Eppure analisti e gestori sono cauti riguardo l’impatto che potrà avere la nuova misura “straordinaria” decisa da Eurotower: per Schroders, ad esempio, è difficile pensare che possa cambiare qualcosa in termini di economia reale dato che a causa dell’eccesso di liquidità nei mercati monetari, “i tassi di breve termine sono al di sotto del tasso di riferimento della Bce già da un po’ di tempo” e dunque “il taglio avrà un impatto prossimo allo zero”. Per di più sebbene l’acquisto di Abs appaia progettato “per trasferire il rischio dei pacchetti di prestiti dalle banche a Eurotower, elemento che in teoria dovrebbe liberare del capitale delle banche stesse in modo che possano incrementare i prestiti alle famiglie e alle imprese”, non c’è alcuna certezza “che gli istituti decidano effettivamente di aumentare i prestiti, soprattutto poiché alcuni sono sotto pressione” perché aumentino il proprio “core capital”.
Ben che vada, insomma, bisognerà aspettare che siano resi noti i risultati dell’Asset quality review condotta in questi mesi dalla Bce sulle maggiori banche europee (secondo il consensus dovrebbero essere nove gli istituti che non riusciranno a passare l’esame, dovendo così ricorrere a nuovi aumenti di capitale per un totale stimato in circa 51 miliardi di euro). In più, come ricordano gli esperti di Jp Morgan, il mercato degli Abs in Europa è tuttora molto modesto valendo circa 1.200 miliardi di euro solo se si comprendono anche le emissioni fuori dall’eurozona. Escludendo tale carta commerciale la somma si riduce a 885 miliardi, in gran parte già utilizzati come collaterale per accedere alle operazioni di rifinanziamento pronti contro termine della Bce. Insomma, a conti fatti attualmente il mercato secondario di Abs non dovrebbe contare su un flottante di non più di 251 miliardi di euro, poco meno del 2,6% del Pil dell’eurozona.
I limiti del mercato degli Abs stanno facendo pensare agli investitori che la Bce alla fine sarà costretta ad comprare anche titoli di Stato (come già accaduto nel caso dei programmi di quantitative easing lanciati dalla Federal Reserve e dalla Bank of England) per riuscire ad avere un qualche impatto concreto e per questo già ora è iniziata la caccia al rendimento, che naturalmente favorisce i titoli del Sud Europa più che i Bund tedeschi, i Gilt inglesi o gli Oat francesi. Naturalmente il fatto che la Bce si lanci in un vero e proprio quantitative easing o meno dipenderà dall’andamento dell’inflazione, attualmente prossima a zero e che Draghi vorrebbe far riavvicinare al 2% annuo, ufficialmente indicato dalla Bce (e dalla Bundesbank) come limite massimo desiderabile di aumento dei prezzi al consumo.
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Un aumento dell’inflazione che farebbe bene alla Spagna e ancor più all’Italia, paesi fortemente indebitati rispetto ad un Pil che non riesce a crescere abbastanza in termini reali per tenere dietro al costo medio sul debito pubblico stesso, col risultato di far costantemente salire il rapporto debito/Pil. Questo a sua volta continua a obbligare a varare tagli della spesa e riforme “strutturali” i governi di Madrid (che già si è mosso in tal senso, in particolare per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro) e di Roma (che alle molte parole ha finora fatto seguire pochi fatti). In questo senso Mario Draghi sta nuovamente “comprando tempo” perché i paesi più riottosi facciano le riforme ritenute necessarie a far ripartire la crescita, riforme che passano per un calo del costo del lavoro che dovrebbe vedere, come ha espressamente indicato lo stesso Draghi, una riduzione delle tasse e di pari passo delle spese non necessarie.
Risultato: se è ancora presto per scommettere su una ripresa economica in grande stile in Europa e in Italia in particolare, e dunque può essere azzardato acquistare titoli azionari come Mediaset, Fiat, Pirelli o Enel (salvo per chi ami fare trading sfruttando operazioni straordinarie e voci di mercato), ma anche Etf o fondi comuni che puntano su settori ciclici come l’energia, i trasporti, le telecomunicazione e i media, può valere invece la pena di mantenere (o acquistare con prudenza visto i rialzi già segnati negli ultimi due anni) titoli azionari di banche e società finanziarie, in particolare quelle più liquide apprezzate dai grandi investitori internazionali come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali o Mediobanca (con nomi come Bper, Ubi Banca, Banco Popolare e Mps, ma anche Mediolanum, Azimut e Banca Generali che possono essere tenuti d’occhio in ottica di trading).
Tutte scietà che tra l’altro hanno investito una parte rilevante della loro liquidità in titoli di stato e quindi possono beneficiare dell’ulteriore miglioramento dei corsi di tali asset. Puntare invece direttamente sui titoli di stato potrebbe riservare qualche delusione. Anzitutto chi non vuol correre troppi rischi deve rassegnarsi a tassi ormai prossimi allo zero fino a tre anni: per riuscire a vedere un rendimento netto superiore allo 0,10% annuo occorre infatti spingersi sino a scadenze superiori al 2016, mentre per superare lo 0,3% annuo (attualmente pari al tasso d’inflazione) ed avere dunque un rendimento reale non negativo ci si dovrebbe allungare di un altro anno, quasi sempre comprando titoli ben oltre la pari (la quota 100 a cui i titoli saranno rimborsati).
Se invece si volesse guadagnare non meno del 2% all’anno nominale così da non correre rischi nel caso l’inflazione effettivamente torni a salire (ipotesi per ora remota) l’unica strada sarebbe investire in Btp decennali (il Btp dicembre 2024 rende attualmente proprio il 2% netto annuo nominale), sopportando così il rischio di future manovre sul debito, vuoi in termini di incremento della tassazione vuoi (ipotesi remota ma non escludibile a priori visto le cifre in gioco) di ristrutturazione “volontaria” del debito medesimo. A quel punto tanto varrebbe investire direttamente in titoli azionari, certamente più volatili ma che a fronte del maggior rischio potrebbero offrire tuttora un maggior ritorno ovvero consentire di centrare un obiettivo di rendimento in termini più brevi.
In sostanza potreste puntare sui titoli finanziari sopra ricordati e venderli non appena ottenuto un guadagno, al netto delle commissioni, del 2%-5%-10% a seconda della vostra tolleranza al rischio senza dover attendere dieci o più anni e potendo così liquidare più facilmente l’investimento anche per far fronte ad altre vostre esigenze. In attesa, magari, che Draghi tiri fuori qualche altra sorpresa, che i governi facciano le riforme necessarie e che la crescita torni a manifestarsi. A quel punto sarà bene cambiare portafoglio, ma questo è un altro discorso, al momento decisamente prematuro.
Luca Spoldi
