Produttività in calo e caro energia: gli ostacoli per rendere competitive le fabbriche italiane
Trenta ore di trattativa, una notte intera al ministero e un’intesa che ridimensiona il piano di tagli annunciato da Electrolux. La multinazionale svedese, che inizialmente prevedeva 1.719 esuberi, ha accettato un accordo che riduce a circa 900 le uscite, tutte volontarie e incentivate, conferma gli stabilimenti italiani e prevede oltre 100 milioni di euro di investimenti.
La produzione dovrebbe attestarsi a circa 3,2 milioni di elettrodomestici all’anno. Un risultato importante, soprattutto in una fase difficile per la manifattura europea, stretta tra concorrenza asiatica, costi energetici e trasformazioni tecnologiche. Al raggiungimento dell’accordo ha contribuito il lavoro del ministro Adolfo Urso e del Mimit, che hanno tenuto aperto il confronto fino alla definizione di una soluzione condivisa con azienda e organizzazioni sindacali. Il merito della mediazione è evidente: rispetto alle previsioni iniziali, il ridimensionamento dell’occupazione sarà più contenuto e basato su adesioni volontarie.
Ma il valore effettivo dell’intesa dipenderà dall’attuazione degli investimenti, dalla tenuta dei volumi produttivi e dalle prospettive degli stabilimenti nei prossimi anni. Urso ha parlato di un accordo che tutela i lavoratori e garantisce prospettive produttive di lungo periodo. È l’obiettivo indicato dal governo; i risultati industriali dovranno confermarlo nel tempo. La vicenda Electrolux richiama una questione che va ben oltre una singola vertenza: come difendere la presenza manifatturiera italiana senza limitarsi a gestire gli esuberi.
La scelta di preservare stabilimenti e competenze trova un riferimento nelle analisi di Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison. Parlando delle prospettive della manifattura italiana, Fortis ha sottolineato la necessità di “un piano che stimoli gli investimenti privati e una strategia che dia continuità alle nostre eccellenze”. Una riflessione pertinente anche al caso Electrolux, dove la salvaguardia del patrimonio produttivo dovrà tradursi in capacità di competere. Per Fortis uno dei punti di forza dell’industria italiana è proprio la capacità di preservare competenze e conoscenze anche durante le crisi: un patrimonio difficile da ricostruire una volta disperso.
Il 17 ottobre 2026 Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha chiesto una politica industriale di lungo periodo, indicando investimenti, costo dell’energia e produttività come priorità. Ha inoltre riconosciuto il ruolo svolto dal governo sul fronte energetico, pur sollecitando ulteriori interventi. “In questo momento è giusto contenere i conti”, ma occorre “che si pensi a un piano industriale del Paese”, ha detto il presidente di Confindustria. Orsini ha chiesto anche incentivi alle aggregazioni delle piccole imprese per affrontare il problema della produttività.
L’Istat, nel rapporto sulla produttività pubblicato nel dicembre 2025, ha rilevato che tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro nei settori di mercato è cresciuta mediamente appena dello 0,3% all’anno. Nel 2024 è addirittura diminuita dell’1,9%, dopo il calo del 2,7% registrato nel 2023. È una delle ragioni per cui la crescita economica resta modesta e i salari faticano ad aumentare stabilmente. Il Rapporto annuale Istat 2026 individua tra le cause del ritardo strutturale la debolezza degli investimenti in tecnologia, innovazione, digitalizzazione e capitale umano. E avverte che investire non basta se le risorse non vengono indirizzate verso attività capaci di aumentare davvero il valore aggiunto.
L’Italia continua a disporre di imprese manifatturiere d’eccellenza, marchi riconosciuti e notevole capacità di esportazione. Ma accanto alle aziende più innovative sopravvive un tessuto produttivo che sconta dimensioni ridotte, difficoltà di accesso al capitale e tecnologie obsolete. Il Centro Studi Confindustria, nel rapporto di previsione del 14 ottobre, ha stimato una crescita del Pil italiano dell’1% nel 2026, destinata a rallentare allo 0,6% nel 2027. A pesare saranno soprattutto i costi energetici e l’indebolimento della domanda interna. Il rapporto sottolinea il contributo positivo degli investimenti e del Pnrr, ma avverte che il rincaro dell’energia può comprimere i margini delle imprese e frenare nuovi progetti produttivi.
Sono indicazioni che riguardano direttamente Electrolux. L’industria dell’elettrodomestico è esposta alla concorrenza internazionale e alle oscillazioni dei costi. Per mantenere la produzione in Italia servono stabilimenti efficienti, innovazione e condizioni economiche che rendano conveniente continuare a produrre nel Paese. Il governo ha cercato di intervenire con Transizione 5.0, strumenti di sostegno agli investimenti e iniziative europee a difesa della manifattura.
Nel settore degli elettrodomestici, in particolare, l’Italia ha promosso un documento comune con Francia, Germania, Polonia, Spagna e Slovacchia per chiedere a Bruxelles interventi contro la concorrenza sleale e un maggiore sostegno alla produzione europea. La questione europea è decisiva: la transizione ambientale e tecnologica non può prescindere dalla possibilità, per le imprese, di sostenerne i costi senza perdere fabbriche e quote di mercato a vantaggio dei concorrenti asiatici. Una valutazione scientifica pubblicata nel maggio scorso da un comitato di esperti del ministero dell’Economia, del Mimit e della Banca d’Italia sugli effetti del Piano Transizione 4.0 sposta l’attenzione dalla quantità degli incentivi concessi ai risultati ottenuti in termini di investimenti, occupazione e produttività.
“Servono energia a costi competitivi, investimenti tecnologici, formazione professionale e una politica europea meno ingenua nei confronti della concorrenza internazionale. Ma serve soprattutto una strategia che premi le imprese capaci di innovare, aumentare il valore aggiunto e mantenere in Italia le produzioni più qualificate”, osserva un esperto del Mimit impegnato nella chiusura della vertenza Electrolux e su altri tavoli di crisi.
L’accordo raggiunto al ministero rappresenta dunque un passo avanti e riconosce il lavoro di mediazione svolto da Urso, dalle strutture del Mimit e dalle parti sociali. Non risolve però da solo le difficoltà del settore. La prova decisiva sarà vedere se gli investimenti annunciati consentiranno agli impianti italiani di aumentare efficienza e competitività, mantenendo occupazione e competenze. La politica industriale può contribuire a evitare un arretramento; per riportare stabilmente la manifattura a crescere serve che agli accordi seguano risultati misurabili.
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