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Economia
Si fa carriera solo dai 30 ai 45 anni. "Ecco come cambierà il lavoro"

Avere meno di 30 anni o più di 45 compromette la carriera. E' la conclusione a cui è giunto uno studio dell'Osservatorio Diversity Management Lab della SDA Bocconi che evidenzia un vero e proprio sbalzo generazionale tra under e over 45 e tra under e over 30.

I risultati della ricerca sono stati raccolti in un libro "Engagement e carriera. Il peso dell'età" a cura di Simona Cuomo e Adele Mapelli, edito da Egea. Il volume è stato presentato in anteprima ad una ristretta platea di esperti e addetti ai lavori che hanno partecipato a Genova all'evento organizzato da Randstad, secondo player al mondo nel mercato delle risorse umane, a bordo del Clipper, il veliero di 76 metri del patron del gruppo.

"C'è un modello di gestione delle persone all'interno delle aziende che valorizza il talento e presuppone che questo sia collocato in una certa fascia di età della forza lavoro", spiega ad Affaritaliani.it la Cuomo, docente alla SDA Bocconi School of Management e coordinatrice dell'Osservatorio sul Diversity Management.

engagement e carriera
 

Peccato però che il mondo del lavoro vada nel senso opposto, sia perché la popolazione invecchia sempre di più sia perché le politiche previdenziali tendono a prolungare l'età lavorativa. "C'è una dissociazione tra ciò che le imprese fanno e la realtà della forza lavoro, sempre più vecchia - continua la Cuomo -. Quello che abbiamo visto con il nostro studio è che le aziende tengono in considerazione le persone tra i 30 e i 45, mentre i lavoratori con fasce di età precedenti e successive sono praticamente ignorati dal meccanismo di valorizzazione, ascolto, gestione... Ovviamente questo crea sacche di demotivazione e impedisce che molti dipendenti abbiano performance ricche". Insomma, alla fine avviene il contrario di quanto un'azienda dovrebbe volere.

"Se tutto questo era sostenibile per le imprese fino alla riforma Fornero, grazie ai prepensionamenti, agli scivoli e ad alti sistemi, ora con l'età pensionabile a 67 anni non lo è più. E alle imprese che devono tenere e motivare le persone fino a quell'età, senza creare un tappo all'ingresso dei più giovani, si presentano non pochi problemi", spiega ancora. "Ecco perché dovranno rivedere il modello di gestione attuale. Oggi la carriera è vista come un treno ad alta velocità, che porta a destinazione in tempi brevi solo chi lo prende al momento giusto. E tale modello non solo non comprende gli over 45, che sono il 50% della popolazione organizzativa, ma non piace neppure alle persone più giovani perché altamente competitivo, basato sulla scalata gerarchica e soprattutto perché crea uno stato reputazionale in cui o sei in crescita sul questo Frecciarossa o sei considerato out".

Ma i più anziani sono davvero meno bravi? "No. E' soltanto uno stereotipo diventato pregiudizio: tutte le teorie sull'intelligenza e sull'intelligenza associata ai processi evolutivi di invecchiamento ci dicono che non è così. Il concetto di intelligenza è complesso, è fatto di più aspetti e capacità. C'è un decadimento strutturale dell'attività cognitiva solo dopo i 67 anni. Alcune capacità dell'individuo con l'avanzare dell'età tendono a decrescere ma vengono più che compensate da altre. Poi, ovviamente, molto dipende dal contesto".

E allora qual è la soluzione? La Cuomo ha le idee chiare: "Bisogna cambiare la struttura del modello di gestione della carriera delle persone. Da un modello a piramide gerarchico-funzionale, con una punta sempre più stretta, ad un concetto di carriera che diventa sviluppo nella vita, in cui è possibile fare passaggi laterali, dietrofront, degli stop, senza che questo intacchi l'identità professionale, cioè la reputazione. In futuro i percorsi di carriera dovranno essere più personalizzati e ognuno dovrebbe poter decidere nei vari momenti della sua vita quali passaggi fare".

Una rivoluzione non da poco. "Comporta un cambio culturale profondo. Nel nostro studio abbiamo visto che per tutti la carriera è crescita verticale". Una svolta del genere s'intravede già da qualche parte? "Stiamo iniziando a condividere la necessità di questo cambiamento con alcune aziende per cercare di trovare delle soluzioni organizzative, ma siamo ancora in una fase, diciamo così, di start up", conclude.

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