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Economia
Euro forte, Draghi trascura la manifattura italiana. Grana in arrivo per Renzi

di Andrea Deugeni
twitter@andreadeugeni

Per fortuna che venerdì l'occupazione americana ha sentito la primavera (in febbraio sono stati creati 175.000 posti di lavoro, più dei 152.000 previsti in media dagli analisti, dopo due mesi di dati deludenti) e così sui mercati valutari l'euro, dopo aver raggiunto il picco di 1,39 nel cambio sul dollaro, ha chiuso a 1,38. Livello su cui viaggia anche oggi, a un soffio da un massimo che che non si vedeva dalla fine di ottobre 2011, nel pieno dell'esplosione della crisi del debito dell'Italia. Poco prima del cambio di guardia a Palazzo Chigi fra Mario Monti e Silvio Berlusconi.

Ma l'euro forte, denunciano gli economisti che reputano che prima o poi il presidente della Bce Mario Draghi dovrà porsi il problema, minaccia l'export europeo. Non tanto la forte manifattura tedesca, in grado secondo gli esperti, di reggere livelli di cambio euro/dollaro ben più elevati grazie a una maggiore qualità del prodotto che sterilizza le pressioni sul cambio. Quanto la manifattura italiana che per il momento sta trainando la flebile ripresa economica del nostro Paese in attesa che la domanda interna torni a fare la sua parte spingendo i consumi.

Oltre a sfruttare il momento di debolezza dei Paesi emergenti, cosa sta spingendo i capitali a gettonare l'area euro e gli investitori a richiedere la moneta unica per effettuare transazioni nel Vecchio Continente? Gli economisti non hanno dubbi. Innanzitutto, le buone notizie provenienti dal settore bancario Ue prossimo agli stress test della Bce che a fine 2014 assumerà la vigilanza unica all'interno dell'unione bancaria europea. L'Eurotower ha annunciato che questa settimana le banche, che a dicembre 2011 e a febbraio 2012 avevano attinto dalle aste Ltro circa un trilione di euro di liquidità, restituiranno circa 11 miliardi, un livello sei volte maggiore di quello previsto dagli analisti e dalla stessa Bce. Un segnale incoraggiante circa lo stato di salute delle banche europee. Il ritiro dal mercato di 11 miliardi di liquidità equivale a una forma di stretta monearia (riduce l'M1) che tende a rafforzare l'euro.

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La moneta unica esce rafforzata anche dallo status quo sui tassi d'interesse mantenuto inalterato giovedì da Draghi, lo 0,25% che equivale a quello Fed negli Stati Uniti.

Sul fronte macro, le buone notizie che arrivano dalla zona contribuiscono ad alimentare gli acquisti di euro da parte degli investitori.

La riduzione della disoccupazione in Francia per la prima volta dal 2011, la crescita continua del Pil in Spagna che allontana la recessione e l'annuncio delle riforme in Italia del governo Renzi che intende dare una scossa al Pil con una manovra da 10 miliardi sul cuneo fiscale lato Irpef (a cui si aggiungerà la restituzione della restante parte dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione) contribuiscono ad allentare le tensioni sul mercato del debito. Ciò si traduce in minori oneri finanziari per gli Stati Ue che riescono così a rifinanziare facilmente le loro passività. Liberando in seconda battuta preziose risorse finanziarie da destinare alla crescita.

Un altro elemento che spinge verso l'alto il cambio euro/dollaro è l'avanzo delle partite correnti nell'area euro che si è attestato nel quarto trimestre del 2013 a 66,8 miliardi (2,8% del Pil dell'area euro) contro i 37,8 (lo 1,6% del Pil) di un'anno prima. I 18 Paesi che fanno parte di Eurolandia esportano (forte il peso delle merci) in gran parte di più di quanto importano, dinamica che tende ad apprezzare la moneta unica.

Spinta dall'ottimismo che soffia sui mercati quando si parla di Eurozona, la Bce di Mario Draghi ha alzato le stime di crescita del Pil nel 2014: +1,2%. Ottimismo sostenuto anche dal fatto che Francoforte ha definito la zona euro come un'isola di stabilità. Parole che, per gli investitori, significano nessun allentamento monetario all'orizzonte.

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