A poche ore dall’incontro a Palazzo Chigi, il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma racconta – ad Affaritaliani – la giornata che ha visto il governo prendere tempo in attesa della decisione della Corte di Cassazione a Sezioni Unite sull’ex Ilva. Tra blocco dei licenziamenti e cassa in deroga per i lavoratori dell’indotto, e misure per l’integrazione salariale al 70%, e un piano industriale per la decarbonizzazione mai davvero avviato, il sindacato rilancia: “Taranto ha diritto a un investimento di riconversione”. Intanto, la prossima settimana è in programma un nuovo tavolo a Palazzo Chigi su DRI Italia, forni elettrici e occupazione.
De Palma, l’incontro di stamattina a Palazzo Chigi è andato come speravate?
L’incontro di stamattina è stato segnato dalle tensioni legate alla mobilitazione, agli scioperi e ai presìdi dei lavoratori dell’ex Ilva. Noi siamo arrivati già tesi e abbiamo rappresentato al governo il fatto che la bomba sociale sta esplodendo. La prima questione che abbiamo posto è stata quella del blocco dei licenziamenti: nel corso di queste ore, le associazioni d’impresa hanno sospeso i licenziamenti e la ministra del Lavoro ha annunciato che il governo interverrà con un provvedimento legislativo per tutelare i lavoratori attraverso una cassa integrazione in deroga, specifica per la situazione che si è determinata nell’area degli appalti e dei subappalti.
Sul tavolo c’era anche la questione della decarbonizzazione e del ruolo del DRI. Cosa avete proposto al governo?
La nostra posizione è molto chiara: deve essere un soggetto pubblico a occuparsi della decarbonizzazione. Dopo le nostre richieste, la parte del governo presente al tavolo si è ritirata per valutare le proposte che abbiamo avanzato e, al ritorno, ci ha annunciato che ci sarà l’udienza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite il 20 ottobre. Di conseguenza, è stato chiesto di avere del tempo per poter valutare i provvedimenti necessari ad affrontare la situazione che si determinerà. Dal canto nostro, abbiamo chiesto di garantire la permanenza al lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori, senza aumentare il ricorso alla cassa integrazione, e abbiamo chiesto due approfondimenti: uno sugli strumenti di tutela dei lavoratori – ci sarà venerdì18, alle 10, un incontro presso il Ministero del Lavoro – e un altro su questioni industriali, che saranno affrontate in una riunione la settimana successiva.
Lei è segretario generale Fiom-Cgil da quattro anni. Dove nasce, secondo lei, il blocco sull’Ex Ilva?
Il blocco nasce da un ritardo politico che va avanti da 14 anni, dal sequestro preventivo dell’area a caldo del 2012. Chi ha avuto la responsabilità di governare non ha fatto ciò che era giusto fare, cioè investire per tempo nella transizione energetica. La decarbonizzazione dell’acciaio si fa con il DRI: è quella la tecnologia che permette di produrre il “pre-ridotto” da destinare poi ai forni elettrici, in un processo verticalizzato. Non averlo fatto per un decennio ci ha portato dove siamo oggi. Questo non è solo un dettaglio tecnico: significa sovranità. Se un paese perde la produzione di acciaio e di alluminio, perde le leve necessarie per tenere in piedi un intero sistema industriale. Noi un piano lo abbiamo presentato, ma il problema è che il governo continua a pensare che la soluzione la debba dare il mercato. Noi crediamo il contrario: se i privati non hanno un ruolo adeguato, la trasformazione va fatta nell’interesse generale del Paese attraverso l’intervento pubblico, e non ripetendo l’errore del passato, quando lo Stato ha dato soldi pubblici a soggetti privati che poi non hanno garantito né i cittadini né i lavoratori.
Taranto può ancora avere un futuro industriale diverso da quello legato solo all’acciaio?
Io penso che Taranto abbia diritto a un investimento di riconversione, economica e industriale, che dimostri che si può produrre acciaio senza impattare sulla salute delle persone. Il DRI è una produzione che sarebbe dovuta partire da tempo, e avrebbe dovuto dare risposte concrete ai cittadini di Taranto. Ma il problema è anche a monte: aver immaginato, negli anni dell’industrializzazione, che a Taranto si facesse solo acciaio e nel resto d’Italia si facesse altro, è stato un errore. Dovevamo diversificare gli investimenti sul territorio: è lì che c’è l’origine del problema. A questo si aggiunge la ricerca, lo sviluppo, l’università: dovevano essere le fondamenta su cui costruire una pluralità di iniziative capaci di non far dipendere tutto da una sola fabbrica.
Cosa vi aspettate dai prossimi incontri?
La prossima settimana ci sarà un altro incontro a Palazzo Chigi, ma noi andiamo avanti: ci sono cose che dipendono dalla Corte di Cassazione, ma altre che possono e devono essere realizzate subito, senza aspettare nessuna sentenza. Il governo deve rispondere ai punti contenuti nel ‘Piano straordinario nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva’ presentato dai sindacati: la società pubblica che già esiste, DRI Italia, verrà finanziata? Si porranno condizioni al soggetto privato per la realizzazione dei forni elettrici? Verrà garantita l’occupazione? Nell’immediato per noi ci sono due priorità: lavorare sulle verticalizzazioni e, dove serve, acquistare materiale sul mercato, per garantire continuità di lavoro a Taranto, Genova e Novi Ligure.


