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Ex Ilva, gli allarmi “impossibili” del professor Mapelli: l’amianto nei cowper e altre inesattezze che sorprendono da un ex consulente

Gli allarmi tecnici hanno un peso enorme sull’opinione pubblica, sui giudici, sulle decisioni politiche e sui potenziali investitori. Quando poggiano su premesse sbagliate, orientano scelte sbagliate

Ex Ilva, gli allarmi “impossibili” del professor Mapelli: l’amianto nei cowper e altre inesattezze che sorprendono da un ex consulente
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Ex Ilva e gli allarmi “impossibili”: l’analisi

C’è un modo semplice per capire quando un allarme merita di essere ascoltato: verificare se regge alla prova dei fatti tecnici. E c’è una circostanza che dovrebbe rendere quella verifica quasi superflua, cioè quando ad avanzarlo è uno dei massimi esperti italiani di ingegneria dei metalli, professore di siderurgia al Politecnico di Milano e – dettaglio non secondario – più volte consulente dell’Ilva negli ultimi vent’anni nonché membro del Consiglio di Amministrazione di Acciaierie d’Italia Holding dal 2021 al 2022. Uno che l’impianto di Taranto lo conosce da dentro.

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Proprio per questo colpiscono le parole pronunciate da Carlo Mapelli nell’intervista del 29 luglio a “Zapping”, su Radio Uno. Perché contengono affermazioni che, sottoposte all’esame dell’ingegneria che lo stesso Mapelli insegna, non stanno in piedi. E quando un’inesattezza tecnica arriva da chi ha tutti gli strumenti per riconoscerla come tale, la domanda non è più soltanto “è vero?”, ma “perché lo dice?”.

L’allarme: l’amianto che “viaggia” con l’aria degli altoforni

Il passaggio centrale è questo. Interrogato sul rischio ambientale legato all’amianto residuo nell’Ilva, Mapelli spiega che l’asbesto “in parte si trova ancora all’interno di alcuni dispositivi impiantistici che si chiamano cowpers”, i sistemi che preriscaldano l’aria degli altoforni. E aggiunge il cuore dell’allarme: “vi è il rischio che l’aria degli altoforni, quando passa all’interno di questi dispositivi, trascini con sé delle polveri di amianto”.

Uno scenario inquietante: fibre cancerogene che si liberano dall’impianto e viaggiano nell’aria di processo. Peccato che sia fisicamente impossibile. E per due ragioni distinte, entrambe elementari per chi ha dimestichezza con questi impianti.

Primo errore: l’amianto è nel muro, non nel tubo

Nei cowper — i rigeneratori di calore dell’altoforno — il materiale coibente storico contenente amianto non si trova nel volume attraversato dall’aria. Si trova nell’intercapedine tra la corazza esterna in acciaio e la muratura di mattoni refrattari. In mezzo, tra quel coibente e la corrente d’aria, ci sono da 30 a 55 centimetri di muratura refrattaria continua.

L’aria di processo, in altre parole, scorre nei canali interni della muratura e non entra mai in contatto con lo strato che contiene le fibre. Non è un’opinione: è la configurazione costruttiva dell’impianto. E c’è pure il riscontro sperimentale. Le analisi di laboratorio sui mattoni refrattari a diretto contatto con il flusso d’aria, eseguite durante le demolizioni degli ultimi cowper rifatti integralmente (ad esempio il Cowper 41), non hanno rilevato alcuna traccia di amianto. La struttura dell’impianto lo prevede in teoria; il laboratorio lo conferma in pratica.

Un consulente che ha lavorato più anni su quell’impianto dovrebbe conoscere la stratigrafia di un cowper meglio di chiunque. Sostenere che l’aria “trascini con sé” un materiale che si trova dietro mezzo metro di refrattario è un errore di grana grossa.

Secondo errore: anche se una fibra passasse, l’altoforno la distrugge

Ma concediamo l’impossibile. Immaginiamo che una fibra, contro ogni logica impiantistica, riesca a infilarsi nella corrente di vento caldo. Che fine farebbe? Andrebbe dritta nell’altoforno. Cioè nel posto peggiore, per una fibra di amianto, che si possa immaginare.

L’amianto è pericoloso per la sua morfologia fibrosa, e il calore quella morfologia la distrugge in modo irreversibile. Tutte le specie di amianto perdono definitivamente la struttura fibrosa tra gli 800 e i 1.000 °C. Per dare un riferimento: l’unica alternativa industriale consolidata alla discarica per i rifiuti di amianto — la vetrificazione a torcia al plasma — opera a 1.400-1.600 °C.

Ora, l’aria che esce dai cowper e imbocca il condotto del vento caldo si trova già a 1.100-1.250 °C. Cioè oltre la soglia di distruzione, prima ancora di arrivare all’altoforno. E la zona di combustione dell’altoforno raggiunge 1.800-2.200 °C: una barriera ulteriore e ridondante. Una fibra che entrasse in quel flusso non solo verrebbe distrutta: verrebbe distrutta più volte, con margine.

Qualcuno potrebbe obiettare: una particella minuscola non attraversa la zona calda troppo in fretta per scaldarsi? No. Il calcolo termico è netto: una fibra da un micron raggiunge la temperatura del gas in circa 17 milionesimi di secondo, contro uno o due secondi di permanenza nel condotto. Un margine di circa centomila volte. La distruzione non è probabile: è inevitabile. E la materia trasformata — un silicato non fibroso, del tutto innocuo — finisce incorporata nella loppa, dove i suoi costituenti sono già presenti come componenti maggioritari.

Terzo passaggio discutibile: il “basso regime” che usurerebbe gli impianti

Nella stessa intervista Mapelli sostiene che aver tenuto gli impianti “a così basso regime” ne avrebbe accelerato l’usura, generando a cascata problemi ambientali e sanitari. Anche qui l’affermazione confonde due grandezze che non coincidono: il livello produttivo dello stabilimento e il regime termico dell’altoforno in marcia.

Un altoforno non è una linea di laminazione modulabile a piacere. È un reattore in regime continuo, governato da un sistema di controllo che mantiene costanti — per tutta la campagna — le grandezze che determinano il regime termico: temperatura del vento caldo, portata e pressione, temperatura di cupola dei cowper, sequenza di inversione. Questi parametri non seguono il livello produttivo. Un altoforno in marcia lavora oggi con gli stessi set point con cui lavorava a piena capacità. E la produttività, comunque, può variare solo entro un intervallo tecnicamente ristretto, fissato dalla geometria del crogiolo: sotto una certa soglia l’altoforno non marcia “a regime ridotto”, semplicemente non marcia. L’associazione tra minore produzione e usura termica dei cowper non ha fondamento impiantistico.

La domanda che resta

Nessuno di questi rilievi mette in discussione la gravità della vicenda Ilva, né la reale necessità di bonifiche, ammortizzatori sociali e di un piano industriale serio. Su questo Mapelli dice cose ragionevoli, come quando ricorda che nessun privato può sostenere da solo investimenti da 5-6 miliardi.

Ma i tre punti tecnici restano lì, e non sono dettagli. Sono affermazioni verificabili, smentite dalla fisica dell’impianto, pronunciate da chi ha tutte le competenze e l’esperienza diretta per sapere come stanno le cose. È esattamente questo a renderle inquietanti. Un errore del genere in bocca a un profano sarebbe comprensibile. In bocca a un professore di siderurgia che è stato consulente di Acciaierie d’Italia per due anni, no.

Da qui la domanda, legittima e doverosa: perché un esperto di questo calibro sceglie di lanciare, su una radio nazionale e in un momento decisivo per il futuro dello stabilimento e di migliaia di lavoratori, allarmi che la sua stessa disciplina smentisce? Gli allarmi tecnici hanno un peso enorme sull’opinione pubblica, sui giudici, sulle decisioni politiche e sui potenziali investitori. Quando poggiano su premesse sbagliate, orientano scelte sbagliate. E quando a formularli è chi dovrebbe essere il primo a correggerle, il pubblico ha il diritto di chiedersi in nome di che cosa lo si stia facendo.