“Purtroppo il provvedimento” della Corte d’Appello di Milano, che impone la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva “ha innescato una ‘bomba sociale’, perché le condizioni poste sono considerate tecnicamente impossibili da realizzare in 90 giorni. I commissari saranno quindi obbligati a procedere alla chiusura degli impianti dell’area a caldo. Noi dobbiamo provare a disinnescarla. Per riuscirci servono la massima responsabilità da parte di tutti e azioni immediate: abbiamo pochi giorni di tempo”. Lo afferma il ministro delle Imprese Adolfo Urso intervistato da QN.
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Il ministro nell’intervista ricorda: “Abbiamo convocato una serie di riunioni con tutti gli attori coinvolti. Ovviamente si inizia con i sindacati, domani mattina, come concordato al tavolo di Palazzo Chigi, al fine di predisporre un piano straordinario che disinneschi, per quanto possibile, le conseguenze produttive e occupazionali. Poi incontreremo le aziende dell’indotto, che subiranno il primo e immediato impatto del provvedimento. Alcune hanno già annunciato la sospensione delle attività”.
Tra i tavoli convocati dal Mimit per i prossimi giorni quello su Taranto e le imprese siderurgiche. Urso ricorda: “Parteciperanno i soggetti che hanno manifestato interesse a realizzare nuovi investimenti nell’area. Dobbiamo accelerare la realizzazione di nuovi insediamenti produttivi per dare una risposta anche sul piano occupazionale. Abbiamo inoltre convocato le imprese siderurgiche italiane, insieme a Confindustria, Federacciai e Federmeccanica, per rivolgere un nuovo appello alla costituzione di una cordata italiana. Ricordo che un analogo appello lo facemmo già lo scorso anno, quando il sequestro probatorio dell’altoforno 1 compromise il quadro produttivo e incise sulla trattativa allora in corso con Baku Steel. Successivamente, anche alla luce del nuovo piano di decarbonizzazione, si rese necessario riaprire la procedura di gara”.
La protesta e lo sciopero dei lavoratori ex Ilva vanno sulla strada all’esterno della fabbrica. L’assemblea di questa mattina ha deciso di effettuare un presidio sulla statale 7 quella vicino alla direzione dello stabilimento, uscendo dalla portineria A. La statale 7 è quella che arriva sino a Massafra e poi diventando statale 100 permette di arrivare sino a Bari. Già diverse altre volte i lavoratori, in occasioni di precedenti proteste, hanno occupato le strade da e per Taranto impedendo la normale circolazione.
“L’area a caldo di questa fabbrica dovrà essere fermata entro 90 giorni poiché ci sono rischi”. Lo ha detto Vito Pastore della Uilm nell’assemblea dei lavoratori ex Ilva in corso a Taranto in un piazzale interno al siderurgico nell’ambito dello sciopero odierno di 8 ore per ciascuno dei tre turni di lavoro promosso da Fim, Fiom, Uilm e Usb.
“L’incontro del 28 luglio – ha aggiunto Francesco Brigati della Fiom – si è tenuto perché le organizzazioni sindacali hanno detto al Governo: se non ci date risposte, noi ci autoconvochiamo a Palazzo Chigi. È dal 5 marzo che avrebbero dovuto darci delle risposte rispetto al bando di vendita internazionale. Noi abbiamo detto al Governo: fermatevi, è il momento di fare investimenti e mettere in sicurezza i lavoratori e gli impianti. La risposta é stata quella di proseguire con il bando di vendita. Siamo al quinto rinvio e da un incontro, quello del 28, nel quale ci avrebbero dovuto rappresentare quale è la condizione in cui, in qualche modo, avremmo affrontato i prossimi mesi, è arrivato il decreto della Corte d’Appello di Milano che dice un cosa chiara. E anche nell’incontro del 28, quando il sottosegretario Mantovano ha dato la parola al commissario AdI, Quaranta, per illustrare la procedura di spegnimento, abbiamo detto: fermatevi”, ha evidenziato Brigati.

