Ex Ilva, il giorno della verità sull’area a caldo
“A valle della sentenza della Suprema Corte, sia che si decreti la marcia dell’intero stabilimento o della sola area a freddo, chiederemo al Governo un piano operativo verificabile e alle autorità competenti un confronto fondato sui dati, con modalità di conservazione degli impianti, controlli pubblici e un cronoprogramma degli interventi”.
Lo dice Aigi, associazione delle imprese dell’indotto ex Ilva, mentre si attende nelle prossime ore la pronuncia della Corte d’Appello di Milano (ieri c’è stata l’udienza) sulla seconda istanza di sospensione che, relativamente al decreto sulla fermata dell’area a caldo del siderurgico emesso dalla stessa Corte il 27 luglio e ormai prossimo alla scadenza, hanno presentato sia Ilva che Acciaierie d’Italia. Dopo la Corte d’Appello, sarà la Corte di Cassazione a pronunciarsi il 20 ottobre sui ricorsi straordinari presentati dalle due società contro fermata.
“Le imprese dell’indotto – dice Aigi – hanno bisogno di sapere quali attività continueranno, quali ordini saranno eseguiti e quali strumenti proteggeranno l’occupazione. La chiusura di una capacità produttiva strategica richiede una motivazione tanto rigorosa quanto sono gravi le sue conseguenze. Il futuro delle famiglie coinvolte e di una parte della manifattura italiana non può restare ostaggio dell’incertezza o di decisioni ideologiche”.
Per Aigi, “se il mantenimento in preriscaldo, sottoposto a controlli indipendenti, non determina un aggravamento significativo del rischio sanitario, opporsi anche a questa soluzione conservativa appare un radicalismo sproporzionato. In tale ipotesi, la posizione della Procura generale e del sostituto procuratore Renna risulta inopportuna nei suoi effetti industriali e sociali”.
Secondo Aigi, “una rigidità che trascurasse queste alternative assumerebbe, a nostro giudizio, un’impronta ideologica e antindustriale. Non attribuiamo intenzioni personali ai magistrati: contestiamo un approccio che, qualora prescindesse dalle condizioni effettive degli impianti e dalle misure disponibili, finirebbe per trattare la conservazione della capacità produttiva come un interesse sacrificabile quando in effetti non lo è”.


