Ex Ilva, la Cassazione si riserva sullo stop dell’area a caldo
La Cassazione ha deciso di non decidere, almeno per ora. Le Sezioni Unite civili, riunite stamattina in un collegio di nove magistrati presieduto dal primo presidente, hanno ascoltato le parti sui ricorsi contro la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto e si sono riservate il giudizio, che sarà notificato in seguito. Nelle stesse ore, al ministero del Lavoro, governo e sindacati si confrontavano sul destino di migliaia di dipendenti, mentre a Genova gli operai continuano la protesta dopo il blocco dell’aeroporto di ieri.
A finire davanti ai giudici è il decreto con cui il 27 luglio la Corte d’Appello di Milano ha ordinato di fermare, entro 90 giorni ormai in scadenza, altiforni, acciaierie e impianti collegati, ritenuti dannosi per la salute. I giudici milanesi hanno indicato le emissioni di polveri sottili e la presenza di amianto negli altiforni. Il provvedimento è stato confermato l’11 settembre e il 5 ottobre, quando sono state respinte le richieste di sospensione di Acciaierie d’Italia e Ilva. Le due società hanno presentato ricorso in Cassazione, la prima a metà agosto e la seconda a fine agosto, chiedendo l’annullamento. I cittadini di Taranto, che hanno avviato la causa contro Acciaierie d’Italia chiedendo di inibirne la produzione, hanno risposto con due controricorsi a sostegno del decreto. Una vicenda cominciata anni fa a Milano, passata dalla Corte di giustizia europea e poi tornata in Italia fino all’appello.
La posizione della Procura
In aula la Procura generale ha preso una posizione intermedia. L’avvocato generale Luigi Birritteri ha chiesto l’accoglimento parziale dei ricorsi, sostenendo che al decreto manchi il bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale. Sull’amianto, ha detto, “la pericolosità è indiscussa”, ma la Corte d’Appello “desume il pericolo e non lo accerta”. La Cassazione potrà confermare il decreto, annullarlo o annullarlo con rinvio a Milano.
Sul fronte occupazionale, la posta in gioco è la richiesta di cassa integrazione straordinaria presentata dai commissari il 14 ottobre, che porterebbe i lavoratori coinvolti da 4.450 a un massimo di 8.622, in tutti gli stabilimenti del gruppo. A Taranto potrebbero essere interessati fino a 6.964 dipendenti su 7.875; a Genova 870 su 917; a Novi Ligure 515 su 542; a Milano 117 su 127. Su 9.626 addetti, l’azienda prevede di tenerne in servizio 1.004 per la custodia degli impianti e gli adempimenti amministrativi e ambientali.
Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha precisato che convocherà le parti sulla nuova Cigs solo dopo il 27 ottobre, data dell’incontro a Palazzo Chigi tra governo e sindacati. Fino ad allora rispetterà i numeri già autorizzati, con cassa integrazione fino al 28 febbraio 2027. Al tavolo del ministero, sindacati e lavoratori chiedono pensioni anticipate che riconoscano l’esposizione ad amianto e inquinamento e il carattere usurante del lavoro in acciaieria, oltre alla riproposizione degli incentivi alle dimissioni volontarie, che anni fa arrivavano a 100mila euro lordi a scalare. Un’apertura su questi punti consentirebbe a una parte dei dipendenti di uscire dall’azienda e ridurrebbe il numero degli interessati dalla cassa integrazione.
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