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Facebook, dalla pubblicità all’algoritmo: tutti i guai dopo i conti d’oro

Trimestre record per Facebook, ma il futuro sembra meno brillante del presente, così il titolo perde quota. Ecco perché

Risultati trimestrali record per Facebook, che ha chiuso il terzo trimestre con ricavi in crescita del 56% su base annua a 7,01 miliardi di dollari e utili per 2,379 miliardi, +166% rispetto ai 896 milioni dello stesso trimestre del 2015. L’utile per azione al netto di voci straordinarie è risultato così pari a 1,09 dollari, contro i 57 centesimi di un anno prima. Il tutto a fronte di un incremento del 4,7% dei suoi utenti attivi mensili saliti a 1,79 miliardi, mentre quelli giornalieri sono ormai pari a 1,18 miliardi.

Numeri che hanno facilmente battuto le attese del mercato: il consenso parlava infatti di 6,92 miliardi di ricavi e 97 centesimi di dollaro di utile per azione a fronte di 1,76 miliardi di utenti attivi su base mensile. Eppure subito nell’After Hours di mercoledì, poco dopo la conference call di commento ai risultati, il titolo ha iniziato a scendere per poi perdere il giorno dopo il 5,64% chiudendo a 120 dollari per azione, un livello che non si vedeva più dal 19 luglio scorso.

Cos’ha detto il top management del più famoso social network al mondo e, soprattutto, c’è il rischio che il calo prosegua? Parlando dei prossimi trimestri il direttore finanziario del gruppo, David Wehner, ha in effetti messo le mani avanti sottolineando come i tassi di crescita del fatturato sono destinati a calare “significativamente” da qui all’anno prossimo, perché Facebook non potrà aumentare ulteriormente la quantità di annunci pubblicitari che gli utenti vedono nel proprio flusso di notizie (anzi verranno ridotti per evitare di perdere utenti).

Allo stesso tempo gli investimenti aumenteranno altrettanto “significativamente”, perché verranno realizzati nuovi data center e reclutati i migliori ingegneri sul mercato in particolare per integrare sempre di più i contenuti video, così da trasformare Facebook da una piattaforma di condivisione di contenuti prevalentemente testuali ad una piattaforma più simile alla più piccola, ma agguerrita, Snapchat. Mark Zuckerberg, inoltre, sta già iniziando a testare modelli di monetizzazione di Instagram e delle sue due app proprietarie per chat, Messanger e WhatsApp, ciascuna con oltre un miliardo di utenti, ad esempio consentendo agli utenti di concludere transazioni di e-commerce via chat.

C’è tuttavia un altro rischio all’orizzonte: in questi giorni Angela Merkel ha lanciato un duro attacco contro i giganti del web a partire proprio da Google, Twitter e Facebook, accusandoli di “distorcere le prospettive” su tematiche delicate come quella dell’immigrazione chiedendo di rendere pubblici gli algoritmi alla base delle due piattaforme. “Gli algoritmi devono essere resi pubblici, così che ci si possa informare come un cittadino interessato a domande come: cosa influenza il mio comportamento e quello degli altri su internet?”, perché “questi algoritmi, quando non sono trasparenti, possono causare una distorsione delle nostre percezioni, possono restringere la profondità delle nostre informazioni”.

Pur senza fare esplicitamente il nome di una o più piattaforma l’attacco della Merkel è alla funzione stessa dei social media, accusati di creare “bolle” di visioni auto-rinforzantesi, lasciando ai margini i fornitori di contenuti di minori dimensione. Un rischio di cui si parla da tempo ma che i giganti del web hanno sempre definito ridicolo, sottolineando come la “bolla dei social media” sia in gran parte un mito avendo gli utenti accesso a molte più fonti e differenti visioni di quando la diffusione delle notizie passava per la carta o la televisione ed era dunque nelle mani di pochi grandi editori (più facilmente condizionabili dai “poteri forti” costituiti).

Impegnato in una fase di trasformazione delicata e con alcuni analisti che già iniziano a domandarsi se Facebook sia ancora una società “a crescita” o, come altri colossi high-tech prima di lei, si stia trasformando in un’azienda matura, dall’andamento di utili e fatturato più regolare, Facebook non ha certo bisogno di essere tirato in mezzo a polemiche politiche, che pure non mancheranno dato che da qui ai prossimi mesi gli appuntamenti elettorali (negli Usa, ma anche in Italia, Francia e Germania) abbondano. Zuckerberg, che dopo il capitombolo del titolo seguito alla trimestrale ha visto calare di 3 miliardi di dollari la sua fortuna personale, incrocia le dita, tutti gli altri investitori sperano abbiano ragione gli analisti di Piper Jaffray secondo cui Facebook dispone ancora di numerose leve con cui può continuare a sostenere tassi di crescita elevata per molti anni ancora. Ma qualche ulteriore debolezza di borsa non è da escludere, anzi.