“I titoli del settore Internet sono sopravvalutati, e nei prossimi cinque anni subiranno un ribasso permanente” fu una dichiarazione perentoria quella che Mark Mobius fece in collegamento via satellite dalla Svizzera in una mattina di marzo. E non era quello un Marzo qualunque, perché era quello dell’anno 2000, una dichiarazione seguita da motivazioni altrettanto severe “la maggior parte delle società del settore non riusciranno mai a fare utili perché non poggiano su basi sicure”. Se non fu quello uno dei motivi che fece scoppiare una delle più grandi bolle della storia dei mercati finanziari, fu sicuramente il segnale che diede il via alla fuga di molti investitori dal settore tecnologico, che successivamente con il crollo del Nasdaq contribuì a frantumare i sogni di gloria e ricchezza di milioni di piccoli risparmiatori. Questo perché Mark Mobius non è un investitore qualunque, ma un vero e proprio guru che fa sempre tendenza.
Precedentemente a capo della divisione Templeton Emerging Markets Group (fu assunto nel 1987 in occasione del lancio del primo fondo dedicato ai Mercati Emergenti), per esperienza e conoscenze è forse il più grande esperto di Emerging Market in circolazione, attualmente co-fondatore e partner di Mobius Capital Partners. Un’abilità che mise in mostra anche in quel Marzo 2000, quando, dopo aver bocciato i titoli internet, aggiunse che tra i settori da lui preferiti, c’erano le telecomunicazioni, ed in particolare Telecom Argentina, Telespy, Telnex e Hong Kong Telekom. Tutte società dei paesi che fanno parte della regione geografica denominata “Paesi Emergenti”. Ma chi sono questi Paesi Emergenti?
Non esiste una definizione precisa e istituzionale, nel 1989 ci provò la Banca Mondiale a dare una spiegazione, indicando i Paesi Emergenti come tutti quei paesi il cui prodotto interno lordo pro capite non sia superiore a 13 mila dollari. Una descrizione troppo generica e scarna. Preferibile quella usata dai media tradizionali, che individua una tipologia di paesi la cui economia non è ancora pienamente sviluppata, dotati però di un elevato potenziale di crescita, a fronte di investimenti il cui rischio è molto elevato. In parole ancor più semplici, Paesi “ricchi” e autonomi dal punto di vista economico, ma in ritardo dal punto di vista organizzativo e struttura produttiva, fattori che li differenziano dai quelli già sviluppati. Di questa categoria fanno parte paesi come: Cina, Singapore, Taiwan, Corea del Sud, Turchia, Russia, Messico, Egitto, Indonesia, Malesia, Brasile, Filippine, Vietnam, anche se alcuni ormai hanno raggiunto per così dire la maggiore età economica, tanto che la definizione “emergente” un po’ stride, sarebbe più adeguato definirli “paesi già emersi”.
La categoria, nella storia e nel ciclo dei mercati finanziari, vive sempre stagioni alterne, con cambiamenti di segno spesso bruschi e violenti, dovuti alla loro giovane età economica che ne determina grande vivacità sia in senso positivo che negativo. Proprio per questo, come viene enunciato nella descrizione, sono mercati che regalano grandi opportunità, ma che al tempo stesso contengono molti insidie e rischi. Da maneggiare con cautela, per questo è molto importante conoscere il tempo giusto per entrare e soprattutto quello di uscita. E dopo un anno, quello del 2018, molto negativo, il 2019, secondo l’opinione di molti conoscitori del mercato, sembra essere quello giusto per ritornare a investire nel settore.
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Secondo Keith Wade (Chief Economist and Strategist di Schroders) tra i 3 temi chiave del 2019, segnala proprio il “riscatto degli emergenti”. Dopo un 2018 penalizzato dalla stretta sulla liquidità e da rischi politici, ora con una politica monetaria americana meno restrittiva (dopo i 4 aumenti del 2018, per il 2019 se ne prevedono al massimo 2), quest’area sta ritrovando attrattività. I ribassi significativi di bond e azioni subiti nell’anno precedente, dovrebbero aver scontato lo scenario peggiore, osserva l’analista, che aggiunge, tuttavia sarebbe auspicabile un nuovo intervento di stimolo da parte delle autorità cinesi per scongiurare i timori di un collasso del commercio globale come nel 2007/2008.
Qualsiasi sia la parte del mondo, i desideri sono sempre gli stessi: stimoli fiscali, una politica monetaria espansiva, tutto per evitare il ripetersi dell’incubo del 2008. Per Stephan Manier (Chief Investiment Officer di Banque Lombard Odier & Cie) tra i 10 temi che dovrebbero caratterizzare i mercati finanziari nel 2019, segnala i Mercati Emergenti che dopo le severe correzioni subite, grazie a saldi di bilancio sostanzialmente sani, adeguate riserve in valuta estera e di cicli economici ancora giovani, con l’aggiunta dello stimolo fiscale cinese, dovrebbero sostenere la fiducia degli investitori per il futuro. La Cina come perno dell’economia, non solo Emergente, ma mondiale.
Secondo Andrew Milligan (Head of Global Strategy di Aberdeen Standard Investiments) siamo ora in un contesto di rischio che creerà molte opportunità, ma in presenza di elevata volatilità. E fra i 5 fattori che influenzeranno gli investimenti nel 2019, indica la Cina come centro di gravità su cui pone una riflessione esistenziale: mentre la Cina estende la propria influenza sull’economia e sui mercati globali, le due domande chiave per quest’anno sono come evolverà la sua relazione con gli Stati Uniti e quale sarà l’entità dello stimolo politico a sostegno della propria crescita? Se gli Stati Uniti dovessero adottare un approccio molto più rigido verso la Cina, questo avrebbe un impatto non solo per il commercio, ma anche per il trasferimento di tecnologie, per lo spionaggio industriale e sull’influenza della Cina sui vicini asiatici attraverso l’iniziativa “One Belt One Road” e persino l’equilibrio del potere nel Pacifico.
Quello che si deduce da queste e dalle numerose previsioni degli analisti, è che dal punto di vista economico e politico, la Cina, sia nel duello per il tema dazi con gli Stati Uniti, che per l’importanza economica di potenza mondiale, non solo è la porta principale del continente asiatico, ma anche quella dell’area geografica dei paesi emergenti, da cui dipenderà il destino e la prosperità delle economie periferiche. Se la Cina vince, vincono tutti, altrimenti sarà sconfitta totale.
L’altro minimo comune denominatore, che determinerà la positività o meno dei Paesi Emergenti, sarà la politica monetaria americana e di conseguenza, l’andamento del Dollaro. Questo perché la gran parte dei Paesi Emergenti ha il debito, e le sue obbligazioni (sia di stato che le corporate) emesse in valuta statunitense. In pratica questi paesi sono indebitati in dollaro, e dall’andamento del dollaro dipendono i destini dei loro bilanci. Se il dollaro ritorna forte, come è stato nel 2018 e come sembrava essere in prospettiva, vista il programma di politica restrittiva della Fed (4 rialzi dei tassi nel 2018), i paesi torneranno a soffrire la crisi, se invece come sembra il dollaro ritornerà ad essere più morbido (per quest’anno forse non ci sarà nessun rialzo dei tassi) i paesi, con un debito più rilassato, potranno concentrarsi sull’espansione.
E probabilmente anche per questo motivo che Mark Mobius, con lo stesso impeto avuto 19 anni fa “contro” le società internet, oggi torna a scommettere sui Paesi Emergenti, settore che lui conosce perfettamente. “Ora è il momento di acquistare mercati emergenti” ha detto il guru, aggiungendo “vedo grandi opportunità, in particolare mi piace la Turchia”. Paese che nel 2018 aveva molto sofferto, per i soliti capricci del suo Sultano e soprattutto per il “ricatto” americano che attraverso l’utilizzo del dollaro, aveva messo in sofferenza l’economia di quel paese “amico”.
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Ma non solo Turchia, anche Brasile e India, paesi per cui Mobius prevede una “ripresa eccezionale”. Ma c’è anche chi è più ottimista del Guru, come Howard Marks, il cofondatore miliardario di Oaktree Capital Group LLC, che ai Paesi Emergenti, e all’Asia in particolare sta dando molta attenzione, e Rob Arnott, fondatore di Research Affiliates e co- manager del Pimco All Asset Fund da 17 miliardi, talmente ottimista da aver incrementato la quota del fondo azionario dei mercati emergenti al 23%, vicino al massimo del 2002 anno di creazione del fondo.
Viste le premesse, il 2019 potrebbe essere l’anno della riscossa, dopo un 2018 molto deludente, che ha visto l’indice MSCI del settore mercati emergenti subire un calo di quasi il 17%. Con un rapporto Prezzo/Utili intorno a 12, i titoli dei mercati emergenti sono di circa il 25% meno costosi di quelli dei “paesi ricchi”. “Le valutazioni sono molto allettanti” ha ribadito Mobius, ma il mondo in via di sviluppo ha ancora un problema Cina, questo secondo Citigroup e UBS. Non solo per il problema dazi, ma anche per il crescente debito che Pechino sta accumulando. Molto dipenderà dall’entità dello stimolo fiscale, che per ora il governo sta centellinando, seguendo il tradizionale schema della goccia cinese.
Gli ottimisti hanno un altro motivo a cui aggrapparsi, se vogliamo meno tecnico, ma che in Cina fa molta presa ed è quello relativo all’oroscopo. Il 2019 è l’anno del maiale, l’ultimo animale dello zodiaco, non per questo meno importante, anzi considerato simbolo di abbondanza. E fu proprio nel 2007, anno sempre sotto il segno del maiale, che l’indice di Borsa cinese visse l’anno di maggior splendore, tanto da toccare il picco di una bolla. Picco che coincise con la fine del grande ciclo espansionista del credito e della finanza mondiale, che poi sfociò nella grande crisi del 2008. Perché se in alcuni paesi il maiale è considerato sacro, in altri, specie in Occidente, il maiale prima viene ben nutrito e ingrassato, e poi con quel maiale si banchetta. Il rialzo dei mercati emergenti coinciderà anche questa volta con la fine di un lungo ciclo al rialzo dei mercati mondiali?
Lo scopriremo con il trascorrere del tempo. Per avere una conferma di tutto quello che ho scritto, ho voluto commissionare a una società di Robo advisor (Deus Technology) la creazione di un portafoglio per il 2019 con un profilo di investimento aggressivo. La risposta è stata un portafoglio composto per i 2/3 da fondi che investono proprio sui Mercati Emergenti. Dopo gli esseri umani, ora anche le macchine seguono il fiuto di Mobius.
@paninoelistino

