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Economia
Federvini, le accise fanno male al fisco. E il governo apre alle modifiche

Paolo Fiore
twitter@paolofiore

"La nostra bottiglia è riempita per metà di tasse". Lamberto Vallarino Gancia, dopo due mandati, lascia la presidenza di Federvini con un unico rammarico: aver visto le imposte su grappe e amari aumentare, tra Iva e accise, del 20% in due anni  (con il rischio di un ulteriore ritocco a gennaio 2015). È la sfida che dovrà raccogliere il nuovo numero uno dell'associazione, il re dell'amarone Sandro Boscaini.

Partiamo dai numeri: spiriti, vino e aceti pagano in tasse più del loro peso sul prodotto interno lordo. Il settore vale quasi un punto di Pil, ma garantisce allo Stato l'1,4% delle entrate fiscali. "Siamo al tappo", dice Vallarino Gancia.

E pare lo abbia capito anche il governo. Il vice ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, intervenuto durante l'assemblea, bolla come "poco intelligente" l'intervento sulle accise. "Mi impegnerò per il loro riordino". Anche se "non faccio promesse per scelte che non dipendono solo dalla mia volontà". La palla passa al ministro dell'Economia Piercarlo Padoan, che di certo avrà notato come il sovraccarico fiscale, unito alla crisi, non ha fatto certo bene ai consumi del settore. Ma almeno, si dirà, avrà rimpolpato le casse dello Stato. No. Nel 2013 le accise sono aumentate, ma le entrate tributarie sono calate del 7%.  Nel giro di sette anni è andato in fumo più di un quarto del gettito (145 milioni) da spiriti (dai quali è escluso il vino che, da solo, garantisce quasi 7,5 miliardi di entrate fiscali).

Per ora, quindi, le accise hanno avuto solo questi effetti: le imprese hanno pagato di più, i prezzi sono saliti, il fisco non ne ha giovato e i consumi (dimezzatisi negli ultimi 20 anni) continuano la picchiata. Se non fosse per l'export, il settore avrebbe ben altre prospettive. E invece i mercati esteri consentono al comparto di guardare con ottimismo ai prossimi anni. I volumi arrancano (-4,6%) ma il valore delle vendite cresce (+8,8% in Ue e +7,3% nel resto del mondo). Segno di un'attenzione alla qualità che farà bene al Made in Italy.

Eppure, commenta Boscaini, "in un mercato importante come la Cina, l'Italia è ancora moda, mentre il vino è sinonimo di Francia". Perché "internazionalizzare non vuol dire solo vendere all'estero. Vuol dire creare strutture stabili". Come? Per spiegarlo Boscaini torna alle radici venete svelate dal suo accento: "Dalle mie parti si dice saver far e far saver (saper fare e far sapere)". Principio di marketing ante litteram: la produzione non è nulla senza la promozione.

Peccato resti complicato, in un paese di cantine e campanili, fare squadra: "La frammentazione è la nostra ricchezza ma anche il nostro punto debole", dice il neo-presidente di Federvini ad Affaritaliani.it. "Consorzi e camere di commercio sono spesso provinciali. E a loro chiedo di fare lavoro di squadra". Anche perché nel 2015 arriva a Milano l'Expo: "Un'occasione cruciale".

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