Il patrimonio del cantautore sarebbe stato stimato tra 6 e 10 milioni di euro. Apriti cielo: per qualcuno chi canta gli ultimi dovrebbe vivere da ultimo. Una sciocchezza antica come certi comizi. Anche perché Guccini comunista non si è mai considerato.
Francesco Guccini avrebbe lasciato alla moglie Raffaella Zuccari e alla figlia Teresa un patrimonio considerevole, stimato da alcune ricostruzioni tra 6 e 10 milioni di euro. Canzoni, libri, diritti d’autore, case, terreni, mezzo secolo abbondante di lavoro.
E già immaginiamo il brusio dei ragionieri dell’ideologia, quelli che davanti a una dichiarazione dei redditi riscoprono improvvisamente la lotta di classe: “Ma come? Guccini aveva i milioni? E non era comunista?”.
No. Anzi, la faccenda è ancora più divertente: Guccini comunista non si è mai definito. Era un uomo di sinistra, libertario, insofferente alle uniformi del pensiero, vicino più a certe suggestioni anarchiche e azioniste che alle liturgie di partito. Ma ormai da anni basta una barba, una chitarra e qualche canzone contro i potenti per trasformare chiunque in segretario onorario del PCI.
La sinistra in saio francescano, possibilmente senza conto corrente
Resta poi quell’idea meravigliosamente cretina secondo la quale un uomo di sinistra, per essere credibile, dovrebbe essere povero. Non benestante: proprio povero. Scarpe consumate, utilitaria scassata, termosifoni spenti e magari una cambiale sul comodino. Se guadagni bene, sei incoerente. Se hai una casa, sei borghese. Se ne hai due, probabilmente sei già passato dalla parte dei padroni.
Si tratta di una concezione infantile della politica, buona per le discussioni da bar alle undici di sera: come se battersi contro le disuguaglianze significasse desiderare la miseria universale.
La sinistra, almeno quella seria, non dovrebbe pretendere che nessuno diventi povero. Dovrebbe pretendere che nessuno sia condannato a esserlo.
I milioni? Arrivati una canzone alla volta
Guccini non ha vinto alla lotteria e non risulta abbia speculato su derivati alle Cayman. Ha scritto canzoni per sessant’anni. Ha venduto dischi, riempito teatri, pubblicato romanzi, lavorato nel cinema. Le sue opere continuano ancora oggi a generare diritti. Insomma, ha fatto una cosa ormai quasi rivoluzionaria: ha guadagnato con il proprio lavoro e con il proprio talento.
E allora sì, poteva cantare La locomotiva e possedere una casa. Poteva raccontare gli ultimi e avere un conto corrente robusto. Poteva detestare i potenti senza essere obbligato a vivere di pane e cipolle. Perché la coerenza non si misura dal saldo bancario. E forse sarebbe il caso di spiegarlo anche a certi custodi della purezza ideologica, possibilmente davanti a un bicchiere di vino. Sempre che non lo considerino troppo borghese.

