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Economia
Agnelli&Co, 10 anni di promesse. "Così Marchionne ha ucciso Fiat"

 

 

twitter @paolofiore

Dieci anni di Marchionne. Il primo giugno 2004, il manager diventava amministratore delegato di Fiat. Dopo due lustri, è tempo di fare un bilancio. Lo ha tracciato il giornalista Marco Cobianchi con il libro American Dream. Il Marchionne salvatore della patria è solo un sogno? "Il destino voleva che la Fiat fallisse nel 2004. Lui l'ha tenuta in vita per dieci anni, ma adesso i nodi arrivano al pettine. Cinque fabbriche sono troppe".

Sono stati varati otto piani industriali. Obiettivi ambiziosi e in gran parte disattesi. "Su 64 modelli promessi ne ha realizzati 33". Peggio sarebbe andata senza l'aiuto dello Stato: "Gli azionisti non hanno versato un soldo e Marchionne ha fatto quello che ha potuto, è stato innovativo nei rapporti con il sindacato. Ma la Fiat non sarebbe esistita senza cassa integrazione. Adesso l'Italia deve decidere se tenerla in vita".

cobianchi
 

L'INTERVISTA

Il libro esordisce dicendo che la fusione Fiat-Chrysler non sarà indolore...
Fiat è per Chrysler un peso perché perde 911 mln nel 2013. Chrysler guadagna 1,8 miliardi. Fiat ha venduto 700 mila auto in un mercato piccolo come quello europeo. In America si venderanno presto 17 milioni di auto. In America si fanno utili, in Europa perdite. Non esiste una multinazionale che può sopportare una situazione di questo tipo.

La Fiat di Marchionne è stata ampiamente sostenuta dallo Stato. Eppure l'ad è ancora indicato come ambasciatore del mercato. Come mai?
Colpa di noi giornalisti. Avevamo bisogno di un eroe. Marchionne non lo è.

Come possono essere sintetizzati dieci anni di Marchionne?
Marchionne è salito in groppa al destino e l'ha calvalcato per 10 anni. Il destino voleva che la Fiat fallisse nel 2004. Lui l'ha tenuta in vita per dieci anni, ma adesso i nodi arrivano al pettine. I giochetti coi numeri, con le previsioni di mercato, non si possono più fare. Il mercato è così piccolo che non consente di tenere aperte cinque fabbriche.

Prevede la chiusura di alcuni impianti italiani?
Lo stato deve capire cosa fare. Continuare a mantenere la Fiat o prendere la situazioni di petto e trovare una soluzione definitiva. Marchionne ha fatto dieci anni di promesse. Ha dovuto farlo. Ma un conto è farle, un altro è mantenerle.

Anche questo piano industriale, il primo siglato FCA, ha numeri importanti. Contiene obiettivi plausibili?
Parto dalla buona fede. Ma la storia dice che, negli otto piani industriali firmati Marchionne, le promesse non sono state mantenute. Su 64 modelli promessi ne ha realizzati 33. Spero che l'ad faccia meravigliose auto, guadagni tanti soldi, paghi tane tasse e assuma tanta gente. Però la sotria, guardando i numeri, gioca contro di lui.

La cassa integrazione è stata fondamentale. Crede che Fiat (come altre grandi imprese) abbia spinto e rallentato il processo di riforma degli ammortizzatori sociali che avrebbero attinto dalla cig? 
Può essere. Quello che è certo è che la Fauit senza cig non sarebbe esistita. In dicei anni ha ricevuto 1,7 miliardi. Serve una risposta dal governo italiano.

Varare una riforma che attinga dalla cig per spingere sulle politiche attive sarebbe una risposta?
Sì. Il problema è che cinque stabilimenti sono troppi. Lo dicono i numeri. A questo punto lo stato può infilare la tresta sotto la sabbbia o affronta il problema.

Marchionne è riuscito a scardinare i rapporti con i sindacati. E' stato un merito?
I sindacati non sono stati mai un grande ostatcolo. Anche perché la Fiom ha scelto una politica di contrapposizione totale. Sbagliando. Il caso di Pomigliano dimostra che la Fiom aveva torto. Da questo punto di vista è stato un manager innovativo. Ma l'idea che non si riescano a vendere auto a causa dei sindacati è inaccettabile. I sindacati non l'hanno aiutato ma non sono il problema. Il problema è una famiglia che in dieci anni non ha dato un soldo a Marchionne per gli investimenti.

Fiat è ancora legata all'Europa e non ha una dimensione globale. Colpa di scelte manageriali discutibili? Oppure è un problema di investimenti e prodotti?
Colpa di investimenti e prodotto. Doveva sbarcara in Cina, India e Russia. Ha fallito e non c'entrano certo i sindacati.

Nell'aperuta del libro, si dice che in questi dieci anni l'Italia non è diventata la Germania. Ma anche che Fiat non è diventata Volkswagen. Cosa manca al Lingotto?
Intanto un ambiente favorevole. L'Italia è un Paese strutturalmente ostile all'impresa industriale. E quindi anche a Marchionne e alla Fiat. Fare impresa è un problema ideologico e non di mercato. La seconda cosa che manca è un sostegno da parte degli azionisti. Marchione ha fatto ciò che ha potuto con i soldi che aveva. Cioè zero. Da questo punto di vista è un genio. Ma adesso il conto è arrivato e dobbiamo pagare.

Quindi nell'era Marchionne quella di Fiat è stata una vita artificiale?
L'Italia ha un problema, che è la Fiat. Lo abbiamo superato mettendo una pezza qua e là. Marchionne ha varato otto piani industriali. Noi abbiamo fatto finta di crederci, incrociavamo le dita e accendevamo un cero alla Madonna. E il cero alla Madonna ha anche funzionato per dieci anni. Adesso non funziona più, perché i soldi vengono dagli Usa. E' il momento di decidere cosa dare.

Leggi l'estratto di American Dream di Marco Cobianchi (Chiarelettere)

American Dream Cobianchi1ed
 

Il 1° giugno 2004 Sergio Marchionne diventa amministratore delegato della Fiat e si assume tre impegni: non vendere, non nazionalizzare, non far fallire la casa automobilistica simbolo della storia industriale italiana. In cambio niente soldi, niente interferenze, niente critiche dagli Agnelli.

Missione compiuta: la Fiat non è stata liquidata per due lire come qualcuno puntava a fare, non è stata nazionalizzata come qualcun altro avrebbe voluto e non è fallita. Da parte sua, per dieci anni, la famiglia non ha tirato fuori un soldo, non ha posto alcun veto alle decisioni del suo leader e non ha mai fatto sentire nemmeno una flebile voce dissonante da quella dell’uomo al quale ha consegnato il proprio destino.

Sergio Marchionne è riuscito in un’impresa che sembrava disperata: ha fatto sopravvivere una piccola casa automobilistica, in perdita e con azionisti poveri ma disposti a tutto pur di mantenerne il controllo, a una crisi economica devastante, in un’area, quella europea, ipercompetitiva e in un paese, l’Italia, strutturalmente avverso all’iniziativa privata. Per questo oggi è circondato da un’aura di infallibilità certificata dall’acquisto della Chrysler, con la quale la Fiat è destinata a fondersi diventando parte di una multinazionale che sarà quotata a New York, avrà sede ad Amsterdam e pagherà le tasse a Londra.

Ma questa fusione non sarà indolore per l’Italia, e per capire il perché bisogna guardarsi indietro e leggere con occhi disincantati questo ultimo decennio di gestione Marchionne. Nel 2004 la Fabbrica italiana automobili Torino non era affatto fallita e se ha risalito la china è stato soprattutto grazie a cinque anni ininterrotti di rottamazioni, a sussidi ottenuti in tutte le parti del mondo, ad aiuti di Stato a favore di ricerca e sviluppo, alla cassa integrazione e addirittura a operazioni immobiliari. Oggi la Fiat non è messa molto meglio di quando Marchionne è arrivato. Il suo miracolo non è stato quello di guarirla ma, al massimo, quello di tenerla in vita. È stato un grande illusionista: mentre intratteneva il pubblico con ben otto piani industriali in nove anni, i cui impegni sono stati onorati per metà, nessuno si accorgeva che i suoi tentativi di entrare nei più grandi mercati automobilistici del mondo, Cina, Russia e India, fallivano spesso in modo umiliante.

Nonostante le sconfitte, però, Marchionne dettava allo Stato un menù di richieste che, se non fossero state soddisfatte, avrebbero fatto ricadere sul pubblico la responsabilità della chiusura delle fabbriche italiane. Il tutto mentre investiva nel prodotto automobilistico un terzo rispetto alla Volkswagen, la migliore casa automobilistica europea.

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