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Economia

Di Gianni Pardo - pardonuovo.myblog.it

 

Affari Italiani” annuncia che la Fiat si trasferisce in Olanda. Il titolo è perentorio, l’articolo lo è meno, ma la stessa possibilità è interessante.
Caduto il fascismo, gli uomini più validi  e importanti, fra i trenta e i cinquant’anni, in fondo non avevano conosciuto nessun altro tipo di regime. Essi passarono dunque da una società guidata dall’alto a una società in cui contavano i singoli; dall’autoritarismo di uno solo all’assemblearismo; da un’economia dominata dai ricchi e dallo Stato (l’Iri nacque sotto Mussolini) a un’idea di economia in cui gli operai, maltrattati e sfruttati, potevano finalmente combattere ad armi pari con i capitalisti. Nacque allora una mentalità che domina ancora oggi.

Secondo questa mitologia, il “padrone” è un nemico perché sfrutta i lavoratori. Non basta dire che egli ha offerto un dato lavoro ad un dato salario, in un contratto liberamente consentito: secondo la teoria marxista l’errore sta a monte, nel plusvalore, cioè nella remunerazione del capitale investito. Remunerazione che in Unione Sovietica non c’era perché il capitale lo metteva la collettività, cioè lo Stato. I lavoratori erano comunisti perché col trionfo della rivoluzione proletaria il loro salario non poteva che aumentare. Infatti sarebbe stata versata loro anche la parte che prima andava al capitalista. Il fatto che in Unione Sovietica si facesse la fame non aveva importanza: da un lato poteva essere una calunnia della propaganda capitalista, dall’altro non si vedeva perché l’Italia dovesse applicare il socialismo con gli errori russi. Dunque, chiedendo aumenti salariali, da un lato i lavoratori cercavano di recuperare parte del denaro che era loro rubato, dall’altro, lottando contro il “padrone”, combattevano una sacrosanta battaglia politica. E se avessero fatto fallire l’azienda, poco male. L’intero sistema capitalistico doveva saltare e loro avrebbero soltanto affrettato una crisi già scritta nella loro teoria scientifica.

L’intero schema era fondato su assunti erronei: il salario era un diritto indiscutibile mentre il lavoro lo era fino ad un certo punto, tanto che era lecito il sabotaggio; il datore di lavoro non poteva che cedere, per non rischiare il fallimento; se il fallimento si verificava, lo Stato doveva o ripianare il deficit o pagare un sussidio agli operai rimasti senza lavoro; comunque costoro, essendo qualificati, un altro lavoro l’avrebbero trovato. Per parecchio tempo si è andati avanti così, attingendo alle riserve e contraendo debiti. Ma con l’euro le illusioni sono scoppiate. Oggi il datore di lavoro - avido o con le spalle al muro - ha la possibilità di trasferire la sua impresa all’estero, dove il costo del lavoro e le leggi sono più favorevoli. Fallisce solo chi non è in grado di andarsene. I cassintegrati sono divenuti un esercito e lo Stato non sa più dove trovare i soldi per i sussidi. Mentre i disoccupati non garantiti sono alla disperazione. Chi perde il lavoro spesso non ne trova un altro. Per questo molti operai sarebbero disposti ad accettare patti lavorativi più onerosi ma si scontrano con i sindacati, fermi alla mitologia tradizionale. In Germania alcuni anni fa i dipendenti di alcune grandi imprese hanno votato per ridursi il salario, in Italia una cosa del genere è del tutto inconcepibile. Qui si parla molto più di diritti che di compatibilità economica.

È proprio con questa mentalità che la Fiom conduce la sua guerra. Crede che la Fiat non possa che esserci, non possa che cedere e non possa nemmeno fallire, perché in questo caso la sorreggerebbe lo Stato. Evidenti, colossali errori.
L’abbaglio fondamentale della nostra mentalità è credere che l’economia debba essere retta dalla morale, mentre è dominata dal profitto. Dal denaro nel senso più prosaico del termine. E il denaro è detto liquido perché somiglia all’acqua, sceglie invariabilmente la via più conveniente. Non c’è predica che possa convincerlo a risalire la china. Nell’economia curtense, cioè in vaso chiuso, ci possono essere costrizioni e limitazioni che falsificano i normali rapporti ma nell’ambito della globalizzazione si è liberi. I sindacati devono convincersi che la Fiat, come qualunque grande impresa, in tanto continuerà ad essere e produrre in Italia, in quanto le convenga. Diversamente, come l’acqua, andrà dove le viene più comodo e gli operai non avranno neppure la risorsa di sognare il capitalismo di Stato, sparito perfino in Russia e in Cina.

Forse sarebbe utile accorgersi che non siamo più negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando si cominciò a vivere al di sopra dei nostri mezzi fino a creare un debito pubblico corrispondente al 130% del pil. Con la possibilità che, invece di fallire la Fiat, fallisca l’Italia.

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