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Economia


Fiat sull'ottovolante in borsa, complice la pubblicazione della trimestrale e il taglio delle previsioni sui risultati 2013: un cocktail che porta il titolo, che ha aperto stamane in calo a 5,55 euro per azione ordinaria, a toccare prima i 6 euro per azione, poi a vedere un minimo sotto i 5,50 euro prima di ritornare attorno ai 5,7 euro per azione in calo di oltre 2 punti (ma pur sempre in rialzo del 38% abbondante rispetto alle quotazioni di dodici mesi or sono e con una capitalizzazione superiore ai 7,17 miliardi di euro).

Partiamo dai dati: il trimestre luglio-settembre ha visto il gruppo italiano registrare ricavi pari a 20,7 miliardi di euro (+1,4% su base annua), con un trading profit (assimilabile all'utile operativo) di 816 milioni di euro, non solo decisamente inferiore al consensus degli analisti (915 milioni) ma anche al limite inferiore della fascia previsionale (attorno agli 830 milioni). Altra forte delusione è venuta dall'utile netto, pari a 189 milioni, contro un consensus di 266 milioni (ma c'era anche chi, come gli uomini di Websim, si attendeva un dato anche migliore, attorno ai 277 milioni), mentre pure l'indebitamento netto delle attività industriali, salito a 8,3 miliardi, è apparso peggiore delle previsioni di mercato  (7,6 miliardi).

I dati sono tuttavia giunti dopo i numeri di Chrysler, controllata statunitense del gruppo che invece aveva fornito qualche sorpresa positiva: in particolare l'Ebit (che secondo i criteri Gaap è risultato pari a 862 milioni di dollari) "tradotto" secondo i criteri Ifrs, adottati in Europa, è apparso di circa 880 milioni di euro, contro un consenso attorno ai 790 milioni. Il gruppo americano ha anche confermato gli obiettivi per l'intero 2013, dando il là ad alcuni ordini d'acquisto sul titolo Fiat che si sono trasformati in vendita quando ai numeri, deludenti, della controllante si è aggiunto il taglio delle indicazioni per l'interno 2013 del gruppo italiano.

Ora, infatti, Fiat si attende vendite per circa 88 miliardi di euro (contro un range di 88-92 miliardi indicato finora), un trading profit di 3,5/3,8 miliardi di euro (dai precedenti 4/4,5 miliardi e contro un consenso di mercato attorno ai 3,8 miliardi) un utile netto tra 900 milioni e 1,2 miliardi (in precedenza 1,2/1,5 miliardi, e con un consenso nella parte bassa di tale range) e un indebitamento netto delle attività industriali a fine anno fra 7 miliardi e 7,5 miliardi (la precedente indicazione era di 7 miliardi, le attese di mercato di poco superiori).

A peggiorare le cose, la trimestrale (e le nuove previsioni) scontano una debolezza dell'America latina, che in questi anni è stato il polmone finanziario del gruppo, superiore alle attese, solo in parte compensato dalla riduzione della perdita in Europa (119 milioni di rosso nel terzo trimestre, meglio delle attese) e dal buon andamento dei marchi di lusso del gruppo, in particolare Maserati. Fiat dipende dunque sempre più dalle fortune di Chrysler, controllata da Fiat al 58,5% e della quale da tempo Sergio Marchionne sta cercando di acquistare il rimanente 41,5% da Veba, il fondo pensione legato al sindacato Uaw che ha ingaggiato un braccio di ferro sulla valutazione dei suoi titoli che dura tuttora ma che potrebbe terminare nei prossimi mesi.

Anche per questo, probabilmente, Marchionne nella conference call con cui sono stati illustrati i risultati agli analisti ha tenuto a precisare che Fiat sta "lavorando molto diligentemente" all'Ipo di Chrysler e di sperare "sinceramente" che sarà possibile "realizzare l'Ipo nel 2013" e che la reazione del mercato ai dati trimestrali del gruppo appare "fuori luogo" ed eccessiva. Se nel trimestre appena concluso il manager ha dovuto ammettere qualche difficoltà nel lancio della Gran Cherokee, per gli ultimi tre mesi dell'anno Marchionne si attende un risultato "particolarmente positivo" dal punto di vista della generazione di cassa.

Un punto importante, visto che già nei giorni scorsi alcuni broker come Nomura avevano sottolineato come senza il contributo di Chrysler le sole attività di Fiat in Europa, America Latina ed Asia, anche considerando i redditizi marchi di lusso "non genererebbero un trading profit sufficiente a coprire gli attuali livelli di oneri finanziari". Mentre una fusione Fiat-Chrysler consentirebbe al gruppo italiano non solo di rafforzare le sinergie industriali, ma anche di mettere le mani sulla cassa del gruppo di Detroit.

Luca Spoldi

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