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Economia

Non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire: nonostante l’evidente fallimento della “Tobin Tax” che alcuni paesi, tra cui rocambolescamente l’Italia, stanno provando ad applicare alle transazioni finanziarie per “colpire” il trading ad alta frequenza e “indurre” le banche a tornare a prestare soldi all’economia “reale” e non alla “speculazione” (scusate l’eccesso di virgolettati ma è necessario quando si parla di argomenti così controversi per i quali il buonsenso comune fa spesso a cazzotti con una rappresentazione corretta e coerente della realtà) ogni tanto qualche Pierino si arma di buona volontà e torna a parlare della necessità di ricorrere a tale tassa, che nella pratica ha sempre finito col tradursi in un aggravio di costo per i risparmiatori senza alcuna capacità di indirizzo delle scelte gestionali delle banche.

Ci prova, da ultimo, Marc Chesney, professore di finanza dell’Università di Zurigo, che sul quotidiano elvetico Le Matin sostiene che una tassa sulle transazioni finanziarie dovrebbe essere introdotta anche in Svizzera. Un prelievo del 0,1% su ogni transazione basterebbe secondo Chesney ad eliminare il trading ad alta frequenza, una metodologia operativa basata su programmi informatici algoritmici in esecuzione ad alta velocità che Chesney stigmatizza perché presenterebbe rischi significativi per la stabilità del sistema finanziario internazionale in quanto secondo il docente è impossibile elaborare in una frazione di secondo i dati fondamentali di una società (dati tipicamente alla base delle normali decisioni d’investimento, ndr).

Gli investitori che utilizzano questi programmi intendono dunque soltanto creare rapidamente guadagni: eccoli qui, gli “speculatori”, finalmente individuati dal professore rossocrociato, secondo cui una banca non dovrebbe essere in grado di speculare sul fallimento di una società come pure non dovrebbe mettere in circolazione strumenti finanziari opachi, come i prodotti strutturati, “dispositivi complessi” che non portano benefici all’economia reale ma spesso beneficiano le banche (vil razza dannata, verrebbe da aggiungere).

“La complessità è un fattore di profitto e di potere”, sostiene Chesney, ricordando come il valore nominale complessivo del mercato dei derivati rappresenti circa il decuplo di tutta l’attività economica “reale” mondiale: secondo statistiche del Fondo monetario internazionale, il volume totale dei derivati scambiati è salito ormai a 640 miliardi dollari, mentre tutte le economie nazionali del mondo generano attualmente “solo” 72 miliardi dollari all’anno.

Ancora una volta siamo di fronte a un drammatico problema di dissonanza cognitiva: se in linea teorica la “Tobin Tax” (la cui formulazione si deve, nel 1972, al premio Nobel James Tobin, che pensava ad una micro-aliquota d’imposta, tra lo 0,05 e lo 0,1 per cento, sulle transazioni valutarie per stabilizzare i mercati dei cambi) potrebbe essere effettivamente applicata a qualsiasi mercato finanziario, anche a quello dei derivati di ogni genere, nella pratica per funzionare un simile balzello dovrebbe essere applicato contemporaneamente da tutti gli attori del mercato finanziario mondiale.

Altrimenti si finirà unicamente, come già è capitato in Italia, per impoverire i flussi di operazioni su una piazza a favore di altre piazze estere (una a caso: Londra, che infatti ringrazia ogni volta che sente queste storie tornare a circolare). Forse per questo in Europa se ne parla da anni senza essere mai arrivati a fatti concreti, inizialmente come possibile prelievo con cui finanziare gli aiuti alla cooperazione internazionale.
Da “obolo” per i poveri ora la Tobin Tax sembra diventare un ombrellino con cui gli stati “ricchi” dell’Europa sviluppata provano a ripararsi dalle piogge di una crisi per la cui virulenza molta colpa è da attribuire all’insipienza delle classi politiche che continuano a commettere errori (come quello di voler comminare “punizioni” più o meno esemplari a paesi, intermediari e strumenti più o meno “colpevoli”, senza riuscire a far ripartire l’economia reale, per la quale una tassazione non è un toccasana, anzi). Ma Chesney di tutto questo non si cura: per il professore le grandi banche e gli agenti di cambio sono così potenti da avere ormai il potere di dettare la politica fiscale a governi e società.

Al che ci assale un dubbio: se sono così potenti com’è che qua e là qualche paese (purtroppo tra questi l’Italia) ha varato una pasticciatissima versione della Tobin Tax che tra l’altro ha finito con l’escludere dal novero delle operazioni assoggettabili all’imposta proprio le operazioni ad alta frequenza e il day trading (sono infatti state escluse le operazioni aperte e chiuse in giornata, oltre ovviamente ai titoli di stato). Come dire oltre al danno, ossia ai maggiori costi per i piccoli risparmiatori, la beffa di non andare neppure a sfiorare quei “maledetti speculatori” che si voleva colpire. Qualcuno l’ha spiegato al professor Chesney quali rischi reali corre?

Luca Spoldi

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