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Economia

Lui è un uomo. Ex direttore dell'Fmi, fisico non certo slanciato figlio di un'esistenza godereccia, con un'antica e mai sopita passione per le donzelle. Lei è una donna. Direttrice dell'Fmi, elegante, austera, severa. Lui è Dominique Strauss-Kahn: accusato di tentata violenza sessuale ai danni di una cameriera, ha abbandonato la poltrona di numero uno del Fondo monetario. E' stato fotografato alla sbarra con la barba incolta e lo sguardo perso prima ancora di accertare le sue colpe. Lanciato verso la candidatura all'Eliseo, è stato abbandonato come se i socialisti francesi avessero scoperto d'improvviso (e con sdegno) il suo arcinoto vizietto. Si è dimesso. Giustamente. E' stato biasimato. Giustamente.

La signora Lagarde, invece, non ha avuto lo stesso trattamento. E' vero, non ha provato a violentare nessuno. Ma l'inchiesta della Corte di Giustizia francese è grave perché inficia la credibilità del suo ruolo. La fustigatrice dei vizi economici mediterranei è accusata di complicità in falso e appropriazione indebita di fondi pubblici per un affare risalente al 1993 e che coinvolge il controverso imprenditore Bernard Tapie.

Forse quella dell'Fmi è una poltrona che porta sfortuna. Sarà. Ma i casi Dsk-ChL sottolineano un altro lato del Fondo monetario spesso dimenticato: è un organo economico di nomina politica. E come tale non è più lindo di un qualsiasi, bistrattato, parlamento. Lagarde è un ex ministro. E se Strauss Kahn avesse tenuto a freno il suo bigolo oggi sarebbe presidente.      

Certo, quella di Lagarde è una storia meno pruriginosa, ma tant'è: chi occupa un incarico di questo peso non dovrebbe solo mostrarsi casto (come di certo pare Lagarde e come di sicuro non sembra Dsk). Dovrebbe anche esserlo, almeno giudiziariamente. E in questo caso, Mrs Christine è inadatta almeno quanto quel donnaiolo di Dominique. 

twitter@paolofiore

 

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