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Economia
Fmi/ Lagarde indagata per negligenza nell'affare Tapie, ma non si dimette

Il direttore del Fondo Monetario Christine Lagarde è finita di nuovo nella bufera per l'affare Tapie. Dopo lo scoppio del controverso caso che risale quando l'allora ministro dell'Economia decise di dare il via libera a un risarcimento da 285 milioni di euro al controverso uomo d'affari considerato vicino al presidente Nicolas Sarkozy, per una complessa vicenda legata alla cessione di Adidas su cui anche la magistratura accese un faro, la Lagarde è finita di nuovo nel mirino dei giudici.

Il dg, succeduta al francese Domenique Strauss Kahn, ha fatto sapere di di essere indagata per "negligenza" nell'inchiesta sull'arbitrato del 2008 tra Bernard Tapie e il Credit Lyonnais. "Non ho intenzione di dimettermi", è stato il commento della Lagarde.

Da venticinque anni, Bernard Tapie è l'uomo che avvelena la politica francese: finanziere dai metodi disinvolti, ma non sprovvisto di fiuto; ministro con François Mitterrand, che lo utilizzò per impallinare la carriera politica del suo storico rivale, Michel Rocard; imbonitore molto popolare, grazie anche al controllo di un grande club calcistico; infine, amico di Nicolas Sarkozy. La sua carriera è un fuoco d'artificio, in cui non mancano le condanne (ha fatto 10 mesi di carcere per aver comprato l'arbitro di una partita), i contenziosi giuridico-finanziari con lo Stato e le sue banche. L'ultimo di questi agita i sonni di Christine Lagarde.

Su tutta la vicenda che ha portato al versamento di ben 404 milioni di euro lordi nelle tasche del finanziere si staglia il sospetto di un ordine arrivato dall'Eliseo. Difficile da provare, certo, ma abbastanza consistente per rannuvolare il futuro dell'ex capo dello Stato e la sua speranza di tornare alla ribalta. Il contenzioso fra Tapie e il fu Crédit Lyonnais (oggi ribattezzato Lcl e privatizzato) dura da vent'anni, il tipico caso di un matrimonio finito male, quello tra un finanziere e la banca che ne aveva garantito l'ascesa. Al centro del litigio la vendita della Adidas, rimessa in sesto proprio da Tapie. Nel 1992, quando entrò al governo, fu costretto da Mitterrand a cedere le sue attività in nome del conflitto di interessi. L'incarico della vendita fu dato al Crédit Lyonnais: in un primo tempo, la Adidas finì nelle mani di un gruppo di investitori, fra cui la stessa banca, poi fu ceduta alla famiglia Dreyfus con una sostanziosa plusvalenza. Realizzata dalla banca e non da Tapie, fallito nel frattempo, mentre la sua banca fu oggetto di un salvataggio pubblico.

Il finanziere sostiene di essere stato leso: secondo la sua tesi, il Lyonnais ha effettuato un'operazione di "portage" delle azioni Adidas senza avvisarlo e per questo nel 1995 chiede i danni. Seguono trattative, processi e una sentenza della corte d'appello di Parigi nel 2005, che dà ragione a Tapie e obbliga la società pubblica Cdr (che gestisce il passivo del Crédit Lyonnais) a versargli più di 200 milioni. Ma la Cassazione annullò la sentenza perché non abbastanza motivata.

E qui si arriva al contenzioso attuale. In quegli anni, Tapie si è avvicinato a Sarkozy e si è pubblicamente schierato in suo favore. Per risolvere l'annosa vicenda, la ministro delle Finanze di Sarkozy, Christine Lagarde, decide nel 2007 di far ricorso alla procedura dell'arbitrato. Una scelta cui si oppongono molti esperti del ministero delle Finanze, ma cui la Lagarde tiene molto: secondo le sue tesi, ribadite anche durante il suo interrogatorio in maggio, era una decisione meno costosa per lo Stato.

I tre arbitri danno ragionea Tapie nel 2008 e gli assegnano 404 milioni lordi, di cui 45 esentasse in nome del "pregiudizio morale". I socialisti vanno su tutte le furie, la cifra assegnata al finanziere sembra eccessiva, ma la Lagarde rifiuta di far ricorso: lo Stato paga.

La sinistra, tuttavia, non molla: denuncia la Lagarde al tribunale dei ministri, la Corte dei conti si occupa della vicenda, la magistratura ordinaria apre un'inchiesta. E piano piano vengono fuori particolari inediti: un arbitro ha avuto almeno quattro rapporti di lavoro con il legale di Tapie, un altro è stato dirigente dei radicali di sinistra, come Tapie, sia pur in epoche diverse. Diventa così sempre più lecito chiedersi chi abbia ordinato di accettare l'arbitrato. La Lagarde, con una lealtà che le fa onore, si assume la responsabilità e difende anche l'operato dei suoi subalterni: la sua difesa è stata così convincente da evitarle l'incriminazione. Per ora è un "testimone assistito". Resta l'ultima domanda: l'Eliseo, cioè Sarkozy, ha dato un ordine favorevole a Tapie? Tutti lo negano. La presidenza della Repubblica sarebbe stata d'accordo con la scelta della Lagarde, non l'avrebbe imposta. Scoprire la verità su questo punto è la missione, quasi impossibile, dei vari inquirenti. In gioco c'è il futuro di un ex capo dello Stato, della direttrice del Fondo monetario, del ceo di uno dei più grandi gruppi europei di telecomunicazioni.

 

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