Fondazioni bancarie, dividendi boom nel 2025
Cresce la dotazione patrimoniale, cresce quello che ne deriva. I dati aggiornati diffusi dall’Acri fissano a 43,7 miliardi di euro il valore complessivo degli attivi delle fondazioni di origine bancaria, in progresso del 2,8% sul 2024. È da questa base — investimenti finanziari e partecipazioni, con i relativi dividendi, cedole e plusvalenze — che discende tutto il resto.
Il resto, nel concreto, sono 1,4 miliardi di euro che nel 2025 gli enti destineranno a progetti sul territorio: il livello più elevato dal 2008, in crescita del 30%, ripartito su circa 26mila iniziative tra cultura, istruzione, beneficenza e interventi in campo sociale. Sul fronte delle entrate, le partecipazioni bancarie dovrebbero fruttare 1,6 miliardi, cui si sommano i rendimenti del resto del portafoglio.
Un chiarimento utile, perché il meccanismo non è intuitivo: le fondazioni non fanno banca. Nate dallo scorporo dell’attività creditizia delle vecchie casse di risparmio e degli istituti locali, si finanziano esclusivamente con i frutti del proprio patrimonio, che riversano poi in progettualità di utilità collettiva a forte radicamento territoriale.
La lettura di Azzone
Per il presidente dell’associazione, Giovanni Azzone, i numeri confermano la solidità del sistema. Il merito, secondo la sua ricostruzione, va a una gestione patrimoniale attenta e lungimirante e a una diversificazione prudente degli investimenti, che si traducono in maggiori risorse per sostenere le comunità e sperimentare soluzioni innovative. Il principio è quello classico della gestione finanziaria: evitare che il rischio si concentri su un’unica classe di attivo — storicamente, per questi enti, le azioni bancarie — così da contenere la volatilità e mantenere stabile nel tempo il flusso delle erogazioni.
Meno banca, più autonomia
Il capitolo dei rapporti con le conferitarie, cioè gli istituti da cui le fondazioni sono nate, resta quello più delicato e più regolato. Il quadro attuale segnala però un riequilibrio ormai consolidato: l’84,5% degli enti detiene una quota inferiore al 5% nella propria banca di riferimento.
A questo si aggiunge un intervento normativo recente. Un addendum al protocollo che regola i rapporti tra Stato e fondazioni, sottoscritto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha reso meno rigidi i vincoli di partecipazione. La logica dichiarata è quella di un compromesso a tre: stabilità del sistema, autonomia gestionale degli enti e riconoscimento del loro ruolo di investitori di lungo periodo, senza però snaturare il profilo di rischio proprio di soggetti filantropici.

