A- A+
Economia
Cultura&Turismo, Franceschini se ci sei batti un colpo

di Patrizia Asproni*

"Sburocratizzazione e contributo dei privati". Sono trascorsi poco più di due mesi dall’insediamento del Governo Renzi e dal passaggio di consegne al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, un tempo ancora troppo breve – e politicamente molto denso -  per tracciare dei bilanci, ma utile per tornare a fare il punto sulle "questioni aperte" in tema di cultura, patrimonio e turismo in Italia.

Questioni poste già durante il mandato del Ministro Bray, e parzialmente affrontate con il Decreto Valore Cultura. Ma come si dice, molto è ancora da fare. Bene ha fatto Dario Franceschini a connotare subito il suo dicastero (e coerentemente, ci aspettiamo, la sua azione) come economico, mostrando di cogliere pienamente le potenzialità del settore culturale come asse di sviluppo per l’economia del Paese, ma anche l’urgenza di un’evoluzione del Ministero in discussione da anni ma non ancora compiuta.

Prima di tutto, suggerisco, nella sua stessa definizione: se il turismo è opportunamente tornato a pieno titolo tra le competenze espresse, c’è un altro passaggio da fare, trasformando il “Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo” in  “ Ministero della Cultura e del Turismo”. Non si tratta certo di una mera variazione lessicale, ma di un passaggio concettuale che introduce nella responsabilità del ministero, accanto alla tutela e la conservazione del patrimonio – anche immateriale – la sua valorizzazione.

In questo, finora, sappiamo di non poter vantare risultati brillanti. Basti pensare, a titolo di esempio, all’impiego delle risorse per la cultura provenienti da fondi europei nello scorso ciclo di programmazione (politiche di  coesione 2007-2013), quasi interamente destinate a interventi di tutela e conservazione a fronte di percentuali  molto ridotte allocate per la realizzazione di infrastrutture , produzione e servizi culturali.

Nel necessario cambio di passo che abbiamo di fronte, l’heritage, nei suoi aspetti tangibili e intangibili, non può più rappresentare una rendita immobilizzata, ma deve diventare una risorsa produttiva, e il MiBACT deve mutare il suo ruolo da “gestore diretto” a “controllore intelligente”.

Per farlo, altro tema divenuto annoso, il Ministero ha bisogno di essere profondamente riformato nella direzione di una completa sburocratizzazione. Delle strutture e dei processi. Esperienze a vocazione centralistica come quelle di società in house (leggi: Ales e Arcus) hanno mostrato inefficacia e inefficienze non più sostenibili, mentre è necessario che le istituzioni culturali territoriali – musei in primis – possano muoversi con maggiore autonomia, sperimentando una maggiore integrazione con il territorio.

Ad un gradino ancora superiore di astrazione, si tratta  dell’ormai consumato tema della governance. Serve una strategia multilivello realmente  integrata tra Ministeri (non solo quello della cultura, ma deve essere investito in maniera ampia anche lo Sviluppo Economico), Regioni ed enti locali per un approccio strategico alle politiche di valorizzazione di beni culturali, industrie culturali e creative, e per ottimizzare l’impiego delle risorse e verificare il raggiungimento degli obiettivi. In poche ed essenziali keywords: razionalizzazione, azioni di sistema, approccio di rete e marketing territoriale e di filiera.

Un altro punto caldo del dibattito è senz’altro quello del rapporto con i privati, affrontato anche dal Ministro Franceschini, con un riferimento particolare al tema del mecenatismo. Ma anche qui, a mio avviso, un ulteriore scatto è possibile. Superando talune resistenze dal sapore un po’ ideologico, dobbiamo abituarci a pensare al for profit  in ambito culturale con più razionalità e meno pudore:  di fronte alla contrazione delle risorse pubbliche, il coinvolgimento dei privati non può assumere la sola forma della filantropia culturale. Laddove si realizzino i punti di cui sopra e il Ministero sia in condizioni di esercitare pienamente il suo ruolo di garanzia, bisogna sempre più affidare ai privati le gestioni dei servizi aprendo il mercato attraverso gare di evidenza pubblica semplificate al massimo, al project financing,  e un costante e puntuale controllo della qualità dell’esecuzione del servizio stesso.

Più in generale il dialogo con i privati va sdoganato non solo nella logica del reperimento delle risorse economiche (la cui lettura inversa è spesso troppo semplicisticamente quella dello “sfruttamento del patrimonio”), ma piuttosto dell’investimento territoriale condiviso, dello scambio di expertise e competenze, dell’ampliamento delle professionalità coinvolte verso un mutamento di approccio.

Con un Ministero vigile ma più “libero”, l’apertura al contributo dei privati non corrisponderebbe, come molti temono, ad una sorta di selvaggia deregulation, ma potrebbe invece rappresentare un volano per la creazione di plusvalore occupazionale, innovazione e crescita economica e sociale a base culturale.

A questo proposito, un’ulteriore riflessione va fatta sul pubblico, e sulla questione attualissima dell’audience development, il “lato utente” dello sviluppo di cui più sopra. Primo essenziale accorgimento relativo e musei e istituzioni culturali: se dobbiamo pensare ai luoghi della nostra cultura come hubs che interagiscono col territorio e con la cittadinanza, è necessario tirarli fuori dalla gabbia degli orari e dei biglietti e procedere a liberalizzarli, per poter adattare il loro funzionamento alla domanda effettiva. E dove possibile, portare i musei fuori da se stessi, investendo di arte le città in modo innovativo, intelligente e partecipativo.

Ultimo punto. Ragionare sull’incremento dell’accesso del pubblico, in termini quantitativi e qualitativi, porta con sé il tema del rilancio dell’educazione culturale. Al di là dei visitatori stranieri, pur restando determinante – specie nel lungo termine -  il ruolo delle agenzie educative (che rende indispensabile un costante dialogo MiBACT-MIUR), non è pensabile per  la nostra offerta culturale intercettare la sola sensibilità dei “già imparati”: occorre piuttosto che musei e altri luoghi della fruizione smettano di rappresentare il punto d’arrivo della formazione culturale del pubblico e prendano ad essere uno degli snodi in cui essa si determina, generando automaticamente un effetto moltiplicatore.

*Presidente di Confcultura

Iscriviti alla newsletter
Tags:
franceschiniministero culturaconfcultura
i più visti
in evidenza
E-Distribuzione celebra Dante Il Paradiso sulle cabine elettriche

Corporate - Il giornale delle imprese

E-Distribuzione celebra Dante
Il Paradiso sulle cabine elettriche


casa, immobiliare
motori
Heritage di Stellantis protagonista ad “Auto e Moto d’Epoca 2021”

Heritage di Stellantis protagonista ad “Auto e Moto d’Epoca 2021”

Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.