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Il made in Italy? Non è solo preda. Ecco i big che vincono all’estero

A giudicare dalla cronaca recente il “made in Italy” sembrerebbe solo terreno di conquista per i grandi gruppi industriali e finanziari mondiali. Ma i numeri di Prometeia e alcune recenti operazioni smentiscono il luogo comune. Dopo Fiat, Generali, Gtech e Campari potrebbero fare acquisti all’estero anche Azimut, Prysmian, Amplifon, Interpump, Datalogic, Engineering e Brembo, che intanto si rafforzano aprendo nuove fabbriche in giro per il mondo

Su Indesit hanno appena piantato la bandiera gli americani di Whirpool che un terzo circa di Cdp Rete (società che a sua volta custodisce il 30% circa di Terna e Snam) sta già per finire ai cinesi di State Grid, le attività assicurative di Banca Carige sembrano destinate ad entrate nel portafoglio del fondo statunitense Apollo Management, Alitalia si prepara a “volare Ethiad”, salvo imprevisti dell’ultima ora, e persino per Fiat nelle ultime settimane si è ipotizzato un futuro tedesco (Volkswagen) o francese (Peugeot), anche se dal Lingotto sono giunte immediate smentite. A giudicare dalle ultime notizie il “made in Italy” continua a trovare acquirenti all’estero e non solo nel caso dei marchi della moda e del lusso, da tempo oggetto di una costante “campagna acquisti”.

Ma quando è qualche gruppo italiano a provare a crescere fuori dai confini patri le cose come vanno? Non sempre bene: Investindustrial, il fondo di private equity di Andrea Bonomi, ha lanciato un’Opa su Club Med, ma la cordata franco-cinese Ardian-Fonsum potrebbe rilanciare e dagli iniziali 17,5 euro per azione salire sopra i 21 euro per azione offerti da Bonomi. La partita è aperta ma Bonomi non perde tempo ed ha già individuato un secondo obiettivo in terra francese, Ccp Composites, finora controllata dal gruppo Total a cui la bergamasca Polynt Group (sempre controllata dal fondo dei Bonomi) avrebbe già fatto pervenire un’offerta. Se ce la facesse Polynt, che con 13 siti produttivi in Europa, Stati Uniti e Cina fattura circa 800 milioni di euro l’anno, vedrebbe aggiungersi ricavi per altri 400 milioni circa per di più derivanti da attività largamente complementari a quelle del gruppo italiano.

Dall’altra parte dell’oceano il “colpo grosso” è appena riuscito a Gtech (l’ex Lottomatica controllata dal gruppo De Agostini): con un’offerta da 6,4 miliardi (4,7 miliardi tra contanti e azioni più 1,7 miliardi di debito pregresso) la società è riuscita a mettere le mani sull’americana International Game Technology (Igt), il “re delle slot machines” che dopo una crisi durata alcuni anni da un paio d’anni sta recuperando terreno grazie in particolare al business dei casinò online e dei “social game”. Le due società sono destinate a fondersi, con De Agostini che rimarrà primo socio ma scenderà dall’attuale 59% in Gtech al 47% della “newco” da circa 6 miliardi di dollari di fatturato che nascerà dalla fusione e che avrà sede non in Italia ma in Inghilterra (già divenuta la patria “legale” di Fiat Chrysler Automobiles).

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A smentire il luogo comune dell’Italia “in svendita” ci pensa anche Prometeia, che in un’analisi segnala come il fatturato delle aziende tricolori uscite dai confini nazionali dagli anni Novanta a oggi sia cresciuto del 2,8% medio annuo, l’occupazione del 2% (anche in Italia, non solo all’estero),  la produttività dell’1,4%. Certo, molte delle operazioni più importanti risalgono a qualche anno fa: Eni, Enel, ma anche Luxottica, Campari, Amplion o Brembo, piuttosto che Recordati, hanno tutte fatto acquisizioni dall’Australia alla Russia, dal Belgio alla Cina, tra il 2008 e il 2010.

Per vedere nuovamente sventolare la bandiera tricolore all’estero ci sono poi Fiat (che ha rilevato a inizio anno l’ultimo 41,5% di Chrysler dal fondo pensione Veba) e Generali, che tra il 2013 e il 2014 ha perfezionato l’acquisizione delle quote di minoranza di Generali Deutschland e soprattutto di Generali Ppf Holding (nel frattempo è però il “leone” ha portato avanti una serie di dismissioni, dall’israeliana Migdal alla svizzera Bsi, appena ceduta ai brasiliani di Btg Pactual per 1,2 miliardi di euro), oltre a Campari, che a inizio giugno ha conquistato la canadese Forty Creek Distillery per poco più di 198 milioni di dollari canadesi (circa 133 milioni di euro), oltre al 100% della Fratelli Averna per altri 103,75 milioni di euro. Prossime acquisizioni? Qualcosa c’è anche se la prudenza resta d’obbligo.

Pietro Giuliani, patron di Azimut, ha confermato ieri che il gruppo attivo nel risparmio gestito dopo aver integrato la Augustum Opus Sim dei fratelli Cesareo vuole tornare a crescere all’estero e sta guardandosi intorno in America Latina, Medio Oriente e Asia per trovare qualche preda interessante.  Qualche mese fa Matteo Tiraboschi, direttore finanziario di Brembo, aveva ribadito che il gruppo vuole crescere nel settore aeronautico e che non gli dispiacerebbe fare un’acquisizione in America (dove già il gruppo ha comprato a fine 2008 la divisione freni di Hayes Lemmerz International e due stabilimenti a Homer, nel Michigan, e Apodaca , in Messico) e per intanto ha deciso di investire 74 milioni di euro  per realizzare una nuova fonderia di ghisa vicino all’impianto di Homer.

E ancora: Prysmian secondo gli analisti avrebbe a disposizione dai 420 ai 740 milioni per nuove acquisizioni, il numero uno di Amplifon, Mauro Moscetti, ha confermato che il gruppo punta a crescere in Europa (in particolare in Francia, dove piace Audika, e in Germania), forte di un “budget” tra i 200 e i 250 milioni di euro, Interpump ha indicato in 150-200 milioni di euro le “potenzialità” da dedicare ad acquisizioni senza pregiudicare l’equilibrio finanziario del gruppo, che si prefigge di superare il miliardo di fatturato entro il 2017, per Engineering da tempo il mercato parla di possibili acquisizioni in Turchia grazie a una disponibilità di risorse attorno ai 140-150 milioni, Datalogic, che ha appena inaugurato un nuovo stabilimento produttivo a Jundiai, in Brasile (il primo impianto del gruppo bolognese in America Latina per il quale sono stati investiti 2 milioni di dollari), dopo quelli in Slovacchia e Vietnam, potrebbe muoversi a sua volta.

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Insomma: la ricetta “anti crisi” che vuole che le imprese vadano sempre più all’estero sembra essere stata fatta propria anche dai gruppi italiani più dinamici e in salute. Per gli altri il problema resta quello di doversi confrontare con una crisi da domanda domestica che non vuol saperne di passare e con una stretta sul credito altrettanto duratura, che produce tra l’altro un marcato differenziale in termini di costo del credito medesimo, specialmente per le Pmi. Uno “spread” che pesa molto più di quello esistente tra titoli di stato italiani e tedeschi, visto che a fronte di un costo medio per le Pmi britanniche nell’ordine del 4,5% annuo secondo i dati della Banca d’Inghilterra, le piccole e medie imprese italiane pagano, è la Banca d’Italia a dirlo, da un minimo del 7% (su affidamenti superiori ai 5 milioni di euro) a un massimo del 10,3%-10,5% per finanziamenti inferiori ai 250 mila euro. Se questo spread non calerà sarà difficile vedere molte altre aziende tricolori trovare la forza di andare all’estero o anche solo di non chiudere i battenti.

Luca Spoldi