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Generali, comprare per non essere comprati. La strategia

Piazza Affari/ Strategia Generali: comprare per non essere comprati. Philippe Donnet tenderà la mano a Mario Greco?

Generali, comprare per non essere comprati. La strategia
banca generali
Comprare per non essere comprati è una (se non l’unica) delle poche vere alternative a disposizione del top management di Generali per sfuggire al possibile lancio di un’Offerta pubblica di scambio da parte di Intesa Sanpaolo, che consentirebbe alla banca di superare la prima misura difensiva messa in atto dalla compagnia triestina, l’acquisto del 3,01% dei diritti di voto della stessa Intesa Sanpaolo per impedirne la salita nel capitale della compagnia oltre il 3%, destinata a divenire priva di ogni efficacia in caso di un’offerta su oltre il 60% del capitale

Finora la borsa ha fatto il gioco di Philippe Donnet e Alberto Nagel (numero uno di Mediobanca che col 13,46% è il primo socio di Trieste), facendo salire di un 14% le quotazioni di Generali da inizio settimana e creando un gap del 22% abbondante con Intesa Sanpaolo (scesa di un 8% rispetto alla chiusura di venerdì scorso), ma l’annuncio fatto da Axa di non essere interessata a partecipare al riassetto del settore, nonostante le voci esattamente opposte circolate per mesi, potrebbe indurre gli investitori a prendere profitto.
In ogni caso Intesa Sanpaolo, con 38,5 miliardi di capitalizzazione, non avrebbe problemi a lanciare anche domattina un’Opas sul 60% di Generali (che capitalizza meno di 24,3 miliardi) anche ipotizzando un ulteriore premio del 15%-20% rispetto alle quotazioni correnti, così da offrire 18-18,5 euro per ogni azione Generali e vincere le resistenze dei “soci storici” Caltagirone (che fiutata l’aria ha arrotondato pochi giorni fa la sua quota appena sopra il 3,5%), Del Vecchio (3,16%) e De Agostini (1,72%). Basterebbero infatti 17 miliardi di euro, di cui 2 o 3 in contanti e 15-14 in azioni e Intesa Sanpaolo conquisterebbe il controllo di Generali.
Ben diverso sarebbe provare a “mangiarsi” un boccone più sostanzioso, ma a chi potrebbe guardare Philippe Donnet? In Europa hanno dimensioni simili a Generali, in termini di patrimonio complessivo, le britanniche Legal & General, Aviva e Prudential (tra i 588 e i 573 miliardi di dollari di total asset, contro i 547 miliardi del gruppo italiano), piuttosto che l’olandese Aegon (456 miliardi), la francese Cnp Assurances (430 miliardi) e la svizzera Zurich Insurance (382 miliardi).
Se anziché guardare ai total asset si guarda alla capitalizzazione di borsa, Aegon, la più piccola, vale meno di 11 miliardi, Cnp Assurances oscilla sui 12,2 miliardi, Legal & General vale 18,3 miliardi di euro, Aviva arriva a 23,25 miliari, Prudential sfiora i 40 miliardi e Zurich supera i 40,7 miliardi. Come dire che un matrimonio con Aegon o Cnp Assurances sarebbe ampiamente alla portata di Trieste che potrebbe lanciare un’Offerta di scambio e arrivare a controllare circa i due terzi del capitale post fusione.
Con Legal & General e Aviva la fusione creerebbe una situazione di maggiore equilibrio, con la necessità di arrivare ad un governance molto equilibrata e forse difficile da definire in poche settimane. Con Prudential e Zurich, infine, Trieste dovrebbe proporre un’operazione non dissimile da quella promossa da Del Vecchio che vedrà Essilor lanciare un’offerta per Luxottica a seguito della quale lo stesso Del Vecchio diverrà socio di controllo della nuova entità con una quota tra il 31% e il 38% del capitale post fusione.
Zurich, a capo della quale siede Mario Greco, ex numero uno di Trieste che aveva saputo tessere eccellenti rapporti con gli azionisti durante la sua permanenza a Trieste, è per molti versi complementare a Generali sia come prodotti sia su base geografica. Infatti il 50% dei premi di Zurich è legato al ramo Danni, mentre il 38% è legato al ramo Vita (nel caso di Generali il 40% dei premi deriva dal ramo Danni, il 60% dal ramo Vita), mentre a livello di singoli mercati gli Stati uniti sono il più importante per il gruppo svizzero (23,6% dei premi raccolti nel 2015), con Germania e Gran Bretagna che pesano poco meno del 9% del totale, contrariamente al gruppo italiano che vede il 35% della sua raccolta in Italia, il 25% in Germania e il 15% in Francia. Basteranno questi numeri e le sinergie che potenzialmente evocano a indurre Philippe Donnet a tendere la mano al suo predecessore? A Piazza Affari e dintorni più di un operatore non lo esclude.