E tre: l’ufficio nazionale di statistica tedesco, Destatis, ha segnalato in settimana come il surplus di bilancio della Germania nel 2016 sia salito a 23,7 miliardi di euro (lo 0,8% in rapporto al Pil), il massimo dalla riunificazione della Germania avvenuta nel 1990. Lo scorso anno Berlino aveva segnato un avanzo di bilancio di 20,9 miliardi, ossia lo 0,7% del Pil, mentre nel 2014 il surplus era stato di 8,6 miliardi, pari allo 0,3% del Pil.

La cosa non mancherà di risollevare polemiche anche perché a inizio mese sempre Destatis aveva segnalato come il surplus di bilancia commerciale nel 2016 sia salito a 252,9 miliardi di euro, oltre l’8% del Pil nominale, contro un limite del 6% previsto dalle norme europee (il cosiddetto “Six Pact”), anche perché la stessa Commissione Ue da qualche anno sta sottolineando gli “squilibri macroeconomici, evidenziati in particolare da un avanzo delle partite correnti costantemente elevato” come ricordò il Commissario Ue per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici rispondendo a un’interrogazione del Parlamento Ue nel marzo 2015.
La “ricettina” della Commissione Ue per correggere tali squilibri è rilanciare gli investimenti privati e pubblici per sostenere la domanda interna così da ridure “l’elevatissimo avanzo delle partite correnti”. Ma davvero sarebbe una soluzione e, soprattutto, apporterebbe benefici ad altri paesi Ue come l’Italia? La fonte principale dell’avanzo di bilancio tedesco sono i fondi di previdenza, che da anni presentano avanzi consistenti (pari a 15,3 miliardi nel 2011, l’avanzo toccò un minimo di 2,1 miliardi nel 2015 per risalire a 8,2 miliardi lo scorso anno).

A fare la differenza negli ultimi anni sono poi stati i saldi del governo centrale (passato da un deficit di 25,9 miliardi nel 2011 ad un picco di 10 miliardi di avanzo nel 2015 per calare poi a 7,7 miliardi di avanzo lo scorso anno), dei governi regionali (da un deficit di 11,4 miliardi nel 2011 a 4,7 miliardi di avanzo nel 2016) e in minor misura delle amministrazioni locali (3,1 miliardi di avanzo nel 2016 dopo aver oscillato tra i 2,5 miliardi di deficit e i 4,2 miliardi di avanzo). E’ la pistola fumante che dimostra come Berlino non spenda a sufficienza in patria pur vendendo i propri prodotti e servizi in tutto il mondo?
Ma anche no: nel 2016 i consumi interni tedeschi sono cresciuti in termini reali del 2,5% dando un contributo positivo alla crescita del Pil pari all’1,8%; la spesa pubblica pure è salita (+4%) con un contributo positivo pari allo 0,8% del Pil; i “famigerati” investimenti hanno segnato un incremento dell’1,3% (quelli fissi lordi del 2,3%) e hanno dato un contributo positivo dello 0,3% (0,5%) al Pil, mentre le esportazioni nette hanno dato un contributo negativo pari allo 0,2% del Pil, nonostante una crescita dell’export del 2,6%, del resto più che compensata da un incremento delle importazioni del 3,7%.

Insomma: la Germania consuma di più e in particolare consuma più beni e servizi prodotti in altri paesi del mondo, e persino investe di più, anche se forse potrebbe accelerare su questo fronte, ma in cosa andrebbe a spendere? In infrastrutture o innovazione e ricerca che renderebbero ulteriormente competitivo il sistema economico tedesco che già presenta una produttività più elevata di quella di molti altri paesi europei, Francia e Italia in testa. Da dove diamine sono usciti allora gli avanzi di bilancio della Germania, si chiederà qualcuno?
Oltre che dal perdurare di bassi prezzi del petrolio, i saldi positivi arrivano dalla politica della Bce, che mantiene la liquidità abbondante e i tassi sull’euro compressi per cercare di debellare la deflazione e stimolare la ripresa economica. Mario Draghi così facendo fa un grande favore all’Italia, consentendoci di risparmiare ogni anno decine di miliardi di euro di interessi sul debito pubblico (che ha ormai superato i 2.300 miliardi di euro, ossia il 135% abbondante del Pil) e alle sue banche di limitare i danni della crisi nonostante il peso dei crediti deteriorati e la scarsa redditività.
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Ma fa un favore altrettanto se non più grande alla Germania, visto che sui Bund tedeschi i tassi sono negativi a breve (sui titoli biennali “l’interesse” è attualmente pari a -0,97%) e medio termine (sui titoli a 5 anni la Germania “paga” un -0,60% annuo) e poco sopra lo zero a lungo termine (0,18% è il rendimento del Bund decennale). Così mentre l’Italia deve ancora pagare circa 2.850 euro di interessi ogni secondo (oltre 89,7 miliardi all’anno), la Germania pur con un debito pubblico di dimensioni quasi identiche a quello italiano a livello assoluto (2.287 miliardi circa) ha visto il rapporto deficit/Pil calare al 78% e non paga più di 1.700 euro di interessi al secondo (poco più di 53,4 miliardi di euro all’anno). Ogni ulteriore “stimolo” alla domanda interna da parte di Berlino farebbe crescere ulteriormente il Pil, quindi le entrate fiscali, quindi l’avanzo di bilancio. L’unica alternativa potrebbe sembrare che la Germania sistematicamente “comprasse” la spesa pubblica e privata italiana e di altri Paesi europei.
Ma a parte che non sarebbe altro che la riproposizione della politica che l’Italia ha attuato dal secondo dopoguerra ad oggi per cercare di far partire il Sud Italia, senza alcun risultato se non quello di alimentare proteste da parte del più ricco e “vessato” Nord Italia, anche l’Italia come la Germania è in costante avanzo commerciale: nel 2016 è stato pari a 51,6 miliardi di euro (78 miliardi al netto dell’energia) ed ha visto un aumento del 3,8% delle esportazioni in Germania nell’ultimo anno. Così chiedere un sistematico “riequilibrio” che non implichi un incremento della produttività e competitività del sistema economico italiano potrebbe rivelarsi oltre che illusorio un vero e proprio boomerang.
Luca Spoldi
