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Economia
Nel 2015 la Grecia crescerà più dell'Italia. Ecco perché. Vie d'uscita per Renzi

Di Luca Spoldi
Andrea Deugeni


Italia fanalino di coda della Ue, superata anche dalla Grecia? Se fossero vere le previsioni del Fmi secondo cui nel 2015 il Prodotto interno lordo (Pil) di Atene rimbalzerà del 2,9% contro il +1,1% previsto per quello italiano (dopo che già quest’anno la crescita greca dovrebbe affiancare quella italiana in termini percentuali, entrambe essendo attese a +0,6%) sembrerebbe di sì, ma occorre stare attenti a non gridare “al lupo” troppo presto. Se è vero che di crescita in Italia se n’è vista poca negli ultimi 20 anni, per una serie di fattori che gli analisti del Credit Suisse elencano in una nota dedicata alle prospettive del Bel Paese (“un utilizzo della leva finanziaria molto inferiore a quella di altri paesi nell’arco di tale periodo, la conseguenze della rivalutazione della lira dopo svalutazioni primi anni Novanta e probabilmente qualche innovazione insufficiente in un contesto di incrementi di produttività in tutto il mondo basati sui miglioramenti tecnologici”) è anche vero che una comparazione tout court tra i due paesi non ha senso.

Anzitutto la Grecia viene da una profonda depressione che l’Italia non ha mai vissuto: dal 2008 a oggi il Pil di Atene è calato, nell’ordine, dello 0,2%, poi del 3,1%, del 4,9%, ha subito un tracollo del 7,1% nel 2011 e del 7% l’anno successivo e infine ha chiuso il 2013 perdendo un ulteriore 3,9%, riducendosi a fine periodo di circa il 22% rispetto a fine 2007, scivolando poco sopra i 182 miliardi di euro. In Italia il Pil è calato dell’1,2% nel 2008 e del 5,5% nel 2009, è risalito dell’1,7% e poi dello 0,4% nel biennio successivo, infine  ha subito un’ulteriore contrazione del 2,4% nel 2011 e dell’1,9% lo scorso anno. Risultato: il Pil a fine 2013 era dell’8,7% inferiore a quello di fine 2007, attorno ai 1466 miliardi di euro, oltre otto volte il Pil greco.

Altro motivo dell’andamento profondamente difforme della crescita (si fa per dire) nei due paesi è legato alla “cura” (per alcuni letale) che la troika Ue-Bce-Fmi ha preteso in cambio degli aiuti per Atene: tagliare senza pietà i salari (che hanno accresciuto la competitività del Paese) e le pensioni innalzando al tempo stesso la pressione fiscale per raggiungere l’obiettivo di un avanzo primario pari a 700 milioni di euro (che ora il governo Samaras vorrebbe restituire al 70% ai greci più in difficoltà) è stato un prezzo molto alto per la Grecia che però sembra stia iniziando a dare qualche frutto, dopo quasi sette anni di recessione.

grecia crisi (5)
 

L’Italia, per contro, alcune riforme deve ancora farle:  a fronte di segnali macroeconomici che mostrano una diffusa ripresa anche in Italia ma che “restano troppo fragili”, come notano gli esperti di Credit Suisse, per rassicurare “sul fatto che la ripresa possa sopportare oscillazioni del ciclo economico globale” restano almeno due problemi di fondo: “L’elevato debito pubblico, che lo scorso anno ha raggiunto il livello record del 133% del Pil” e “una persistente debolezza della crescita del Pil”. Il problema, secondo gli esperti, “non è la competitività esterna” perché “nonostante il costo del lavoro per unità di prodotto sia rimasto su livelli più elevati” rispetto quelli di altri paesi, “altri e forse più rilevanti misure di competitività di prezzo non mostrano perdite significative”.

Indicatori come “le quote di mercato, i prezzi alle esportazioni, la catena globale del valore aggiunto e l’indice di performance commerciale (Trade Performance Index) del Wto mettono tutti l’Italia in una luce favorevole in termini di capacità commerciale e di eccellenza”. Su cosa dovrà dunque puntare Renzi se vorrà far tornare a girare a pieno regime i motori dell’economia italiana? “L’Italia avrebbe potuto senza dubbio essere più competitiva e crescere più velocemente se riforme specifiche fossero state attuate” ammettono gli esperti, ma non si tratta di imitare la “cura letale” greca.

“Non vediamo molto spazio per una riforma pensionistica supplementare - precisano gli analisti - mentre riguardo al mercato del lavoro l’Italia non sembra affatto essere un caso anomalo e gli ulteriori miglioramenti potenziali appaiono limitati”. Piuttosto che guardare a Samaras, insomma, Renzi dovrebbe provare a varare quei cambiamenti strutturali che appaiono necessari nel sistema giudiziario, nei mercati dei prodotti e nella fornitura di credito”. C’è abbondanza di studi che dimostrano come “cambiamenti strutturali in quei campi potrebbero alzare la produttività e la crescita potenziale di diversi punti percentuali del Pil nel corso del tempo”. Fondamentale resta poi non lasciare lettera morta le riforme.

“Nella maggior parte dei casi - conclude lo studio del Credit Suisse -  l’Italia ha già preso atto delle riforme suggerite. in alcuni casi però, è la mancanza di attuazione che sembra ostacolare i risultati previsti”. Insomma, più che tagli lacrime e sangue, o nuove manovre correttive nelle tasche degli italiani, il governo dovrà trovare il modo di incidere su come in Italia si produce e si lavora, si amministra la giustizia, si concede il credito. Uno sforzo immane il più delle volte lontano dai riflettori ma molto più produttivo se davvero si vuole ridare prospettiva al paese e ai sui giovani che non impantanarsi nelle consuete battaglie ideologiche sulla spesa pubblica, l’evasione o gli stipendi dei singoli manager. Speriamo bene.

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