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Economia
Grecia, vittoria schiacciante del No . Ma la Merkel prende tempo e vola da Hollande

di Andrea Deugeni
twitter11@andreadeugeni

Chi pensava che dalle urne greche oggi sarebbe potuto uscire un responso che avrebbe potuto mettere fine alla complessa vicenda delle trattative fra la Grecia ed l'ex Troika (e Germania), magari con una vittoria del , sarà rimasto deluso. Il No alle proposte del 25 giugno del Brussels Group, il fronte dei creditori di Atene, ha stravinto il Greferendum, stracciando le previsioni della vigilia che davano un too close to call per il risultato appeso a un gap di soli 40 mila voti. Invece, l'Oxi (il No) ha vinto sul Nai (Sì) con il 61,5%, in una chiamata alle urne che ha visto l'intero popolo greco mobilitarsi (l'affluenza ha raggiunto il 65% dei votanti circa lo stesso dato registrato alle elezioni politiche di gennaio) per dire al governo Tsipras cosa fare al tavolo con l'ex Troika

Il primo ministro Alexis Tsipras, che all'uscita dalla sezione dove ha votato nel seggio del suo quartiere, Ambelokipi, ha celebrato l'appuntamento definendolo "storico" e spiegando "che nessuno può ignorare la volontà del popolo greco", ha fatto capire di essere subito pronto a riprendere il negoziato, inviando i propri sherpa (tra cui il capo negoziatore Nikos Pappas, l'alleato politico a lui più vicino a lui) a Bruxelles. Dello stesso tono le dichiarazioni del ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis, secondo cui "in 24 ore si potrebbe arrivare ad un accordo" in una situazione in cui "l'Europa ora deve curare le ferite della Grecia" .

In realtà, gli argomenti su cui trovare un'intesa sono molti e di difficile discussione. Il sentiero è molto stretto: non si tratta infatti di sbloccare soltanto l'ultima tranche da 7,2 miliardi del secondo piano di salvataggio scaduto ormai il 30 giugno, ma anche, come ammesso dal Fmi e richiamato dallo stesso Tsipras in conferenza stampa post-risultato, di mettere in piedi un terzo bailout da circa 50 miliardi e un intervento sul debito (alleggerimento attraverso una manovra sulle scadenze o una ristrutturazione attraverso un haircut di un Moloch che rischia di arrivare al 200% del Pil) che il governo a maggioranza Syriza uscito rafforzato dalle urne metterà sicuramente sul tavolo. Anche per evitare di vedersi bocciato un accordo in un secondo momento in Parlamento dall'ala più radicale del partito di maggioranza relativa. Difficile capire, in realtà, come si comporterà il duo Tsipras-Varoufakis, combattuto fra fare l'alzare la voce per portare a casa il 100% del bottino e il far presto data la situazione da economia di guerra che vige in madrepatria.

 

Atene pre referendum (12)Guarda la fotogallery delle immagini da Atene

 

E anche il fronte dei creditori appare diviso. Se all'interno del direttorio Germania-Francia, Francois Hollande è stato quello che non ha mai chiuso il dialogo con Atene (e lo ha fatto anche stasera con la prima telefonata post-referendum del primo ministro greco, subito dopo che il suo ministro dell'Economia Emmanuel Macron ha dichiarato che i negoziati dovrebbero riprendere domani "a prescindere dal risultato") invitando le parti a continuare a trattare senza subire il break del referendum, la Cancelliera Angela Merkel (ancora silente sull'esito del voto) è rimasta invece ferma sulle sue posizioni, sottolineando la necessità di attendere l'esito delle urne e congelando le trattative e chiudendo la porta anche all'improvviso cambio di rotta di metà settimana scorsa di Alexis Tsipras. Le prime dichiarazioni che arrivano da Berlino da parte del vicepremier e ministro dell'Economia Sigmar Gabriel sono di quelle che fanno tremare i polsi sul futuro dell'unità dell'Eurozona. Il numero uno dell'Spd ha bollato come "difficilmente immaginabili" nuove trattative dopo il No. "Il premier Tsipras ha tagliato gli ultimi ponti con l'Europa", ha sentenziato poi Gabriel. Secondo il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber, invece, Tsipras "ha messo il suo Paese in una situazione molto difficile e ha distrutto molta fiducia" fra i suoi partner. 

Queste le dichiarazioni. Stando ai fatti, la Merkel e Hollande hanno chiesto la convocazione di un vertice dell'Eurozona per martedì prossimo, sul cui tavolo mettere l'esito del voto greco. I due si vedranno lunedì sera per una cena di lavoro con la Cancelliera che volerà all'Eliseo "per valutare le conseguenze del referendum" e per cercare di capire come affrontare la situazione. Un timing (lunedì a Bruxelles ci sarà anche un Euro Working Group dei direttori generali dei ministri delle Finanze europei) che non è stato giudicato dei migliori, visto che una scelta politica sul futuro dei negoziati e della Grecia è una precondizione per le decisioni della Bce sul mantenimento dei prestiti di emergenza (fondi Ela) alle banche greche. Istituti che hanno soltanto un miliardo di euro in cassa e che anche domani, ha fatto capire il governo greco, rimarranno chiuse.

Gli osservatori spiegano che difficilmente nei summit all'Eliseo di lunedì sera e nell'Eurogruppo di martedì la Merkel si assumerà la responsabilità di far naufragare l'integrità della moneta unica lasciando la Grecia al proprio destino e ingaggiando un nuovo e difficile braccio di ferro con Tsipras e Varoufakis, ma l'emergenza ha il volto delle insegne di National Bank of Greece, Piraeus Bank, Alpha e Eurobank, le quattro maggiori aziende di credito elleniche, che in questo momento sono il ventre molle della crisi del Paese e la cui chiusura ha in sette giorni ha provocato, secondo alcune analisi, un perdita del Pil del 2% e messo ulteriormente in ginocchio una nazione drammaticamente piegata dal ritorno in recessione e da una disoccupazione che viaggia a quasi il 30% (oltre il 50% quella giovanile).

Al di là del negoziato fra Tsipras e i creditori, infatti, se le banche greche non ripristineranno la liquidità nelle loro casse anche attraverso un aumento dei fondi Ela (senza i quali l'operatività è limitata a qualche giorno), il crack del sistema bancario greco sarebbe il primo passo verso l'uscita di Atene dall'euro (data ora come scenario di fondo ora da JPMorgan e da Barclays). E per i mercati, già nervosi domani per la bolla cinese e l'orizzonte da "territorio inesplorato" (parole di Mario Draghi) che si è instaurato (attesa grande volatilità e uno spread Btp-Bund a 200 basis point), il destino della moneta unica passerà ancora dalle mani del presidente della Bce che, lasciano trapelare da Francoforte, domani chiuderà un occhio sulla mancanza di un documento normativo (Memorandum) che giustifichi la prosecuzione dei prestiti agli istituti ellenici e manterrà l'Ela all'attuale limitato livello (quasi 90 miliardi, in progressivo aumento ormai da gennaio 2015).

 
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