La guerra in Iran, che Trump aveva definito “lampo”, in realtà sta andando avanti ormai da un mese e non si intravede una soluzione nel breve termine, anzi la questione si fa sempre più complicata, visti anche i tanti aspetti collegati a questo conflitto. Primo fra tutti quello della crisi energetica innescata dal blocco dello stretto di Hormuz. Le conseguenze si stanno già vedendo, prezzo del petrolio ai massimi (oggi a 117 dollari al barile) e aumento dei costi della benzina e non solo.
Ma in tempo di crisi c’è sempre stato un indicatore da tenere presente, il prezzo dei metalli preziosi, i famosi “beni rifugio”. Questa volta però sta succedendo qualcosa di diverso, l’argento ma soprattutto l’oro, si stanno comportando in maniera insolita. La spiegazione, una volta messa a fuoco, è al tempo stesso controintuitiva e chiarificatrice: l’oro – riporta Investing – non si comporta più come un “bene rifugio”. Si comporta come un bene di flusso di riserva e, in questo momento, tali flussi si stanno invertendo.
L’oro registra buoni risultati in un tipo specifico di crisi: quella in cui gli investitori fuggono verso la sicurezza e la liquidità fluisce verso il rifugio percepito dei beni reali. Ma il conflitto con l’Iran sta generando un tipo diverso di crisi, che sconvolge le fondamenta stesse dei flussi di capitale globali che hanno sostenuto il mercato rialzista dell’oro. Questo è il paradosso al centro dell’attuale andamento. L’oro non sta reagendo ai titoli dei giornali. Sta reagendo ai bilanci, in particolare all’indebolimento dei bilanci sovrani che sono stati i principali acquirenti dell’oro. La paura è presente in abbondanza. Ma la paura, in questo caso, non è la variabile che guida i prezzi.

