Il blocco totale dello stretto di Hormuz sarebbe devastante per un paese in particolare: la Cina. Nel 2025, infatti, il Dragone ha importato da navi uscite da Hormuz il 48% del suo fabbisogno di petrolio. E secondo l’agenzia delle dogane di Pechino i principali fornitori sono stati Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Unito, l’Oman, l’Iraq e il Kuwait. Con questi numeri, in caso di stop totale, a rimetterci (e parecchio) sarebbe proprio la Cina. Ma le cose stanno andando diversamente, nessuna nave cinese viene bloccata e questo libero transito, mentre le imbaracazioni americane ed europee vengono fermate, sta avvantaggiando Pechino.
E pure il gas naturale liquefatto del Qatar, secondo produttore mondiale dopo gli Stati Uniti. Ora, invece, intrappolate nel Golfo, ci sono 400 navi: mentre altre 500 aspettano fuori. Alcune cariche, altre no, ma dal valore cumulativo di circa 25 miliardi di dollari, secondo un calcolo di Lloyd’s Market Association. Ma gli iraniani bloccano solo “i nemici e i loro alleati”, Usa, Israele, Europa. Le navi cinesi — il Paese più esposto al blocco, dipendente al 48% dal petrolio del golfo — potenzialmente possono transitare. E infatti nella confusione, anche tecnologica, del momento, c’è chi bluffa inserendo dati falsi nei transponder. E passa, dichiarandosi falsamente “proprietà cinese”. Nella sfida infinita Usa-Cina, quello che poteva essere un ostacolo per Xi, in realtà rischia di penalizzare di più Trump, almeno sul breve periodo.

