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Forse ci siamo: arriva la ripresa anche in Italia

Euro

La ripresa economica, anche in Italia, sembra oggi acquisire più concretezza, anche se non tutti i dubbi sono risolti. Già ieri la Commissione Ue nel diffondere il dato dell’indice Esi (Economic sentiment indicator), che misura la fiducia delle imprese nelle di futura crescita dell’economia, aveva sottolineato come lo stesso fosse cresciuto mediamente di 1,2 punti in Eurolandia in luglio e addirittura di 2,9 punti in Italia, il progresso più marcato tra i Diciassette. Al confronto in Spagna e Francia la fiducia è salita esattamente di 1,2 punti, in Germania, finora “motore” economico europeo, solo di 0,7 punti e in Oland (sempre più in crisi nonostante la fama di paese “virtuoso”) è addirittura scesa di 2 punti, rimescolando le carte tra paesi “centrali” e “periferici”.

A conclusioni simili era giunto anche l’ultimo rapporto Prometeia-San Paolo segnalando come, nel primo trimestre dell’anno, l’Italia avesse recuperato quote di mercato in più della metà de suoi sbocchi commerciali, riuscendo così ad interrompere la caduta del fatturato dell’industria manifatturiera. Italia finalmente alla riscossa? La tentazione è forte anche se la prudenza resta d’obbligo perché ogni settore (e ogni azienda) sembra ancora fare caso a se e perché, sullo sfondo, rimangono irrisolti problemi cronici del “Belpaese”: eccessiva burocrazia, elevato debito pubblico, soffocante peso fiscale, perdurante assenza di politiche industriali.

Qualcosa tuttavia inizia davvero a muoversi e lo si vede a guardar bene anche da alcune delle trimestrali pubblicate in giornata. Il gruppo tedesco del comparto moda-tessile Hugo Boss (fino al 2007 controllato dall’italiana Marzotto), ad esempio, ha mostrato un aumento significativo del fatturato in Europa (668 milioni di euro includendo Medio Oriente e Africa, il 2% più del primo semestre 2012 ovvero il 3% se si tiene conto dell’effetto cambio) e andando a vedere in dettaglio si scopre che a tirare, più del mercato tedesco (192 milioni di fatturato, +4%), sono stati la Francia (79 milioni, +8%) e la Gran Bretagna (92 milioni, +6%).

Non solo: in conference call il direttore finanziario Mark Langer ha fatto notare come a livello di gruppo le vendite (+10% in valuta locale, con la Gran Bretagna davanti a tutti con un +19%) hanno visto i mercati chiave “della Germania, del Benelux e della Francia crescere ad un solido tasso ad una singola cifra media percentuale, mentre incrementi a doppia cifra sono stati segnati in Spagna e in Italia”. In entrambi i mercati, ha spiegato Langer, Hugo Boss “ha beneficiato sia dell’espansione della rete retail sia dell’acquisizione di “shop in shop” da distributori all’ingrosso” (sostanzialmente catene commerciali, ndr).

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Anche escludendo i contributi dei nuovi negozi (in Spagna si è avuto un saldo netto di 28 nuove aperture, solo 2 in Italia, contro un totale di 53 nuovi negozi in tutta Europa rispetto a fine 2012) “le vendite al dettaglio appaiono stabili in Italia e positive in Spagna”. Il che, incrociando le dita, potrebbe dire che anche per il Belpaese la fase più acuta della crisi per il settore commerciale, di cui il comparto abbigliamento è uno dei segmenti di punta in Italia, potrebbe essere alle spalle.

Quasi all’altro estremo della scala dei settori economici, nel comparto industriale, i risultati di Fiat Industrial hanno invece mostrato qualche maggiore incertezza, come già visto per Fiat Auto, in campo europeo. Anche per Iveco e Cnh a tirare è per il momento sostanzialmente solo il mercato nord americano: nel caso di Cnh il secondo trimestre si è chiuso con 4,421 miliardi di euro di fatturato, in crescita del 6,6% annuo (+9,3% a cambi costanti), grazie ad un +43% del Nord America, mentre Iveco ha visto il giro d’affari ridursi del 5,6% a 2,145 miliardi (-4,4% a cambi costanti), a causa in particolare della debole domanda europea (-12,2%) solo in parte compensata dalla crescita dell’America Latina (+44%).

Eppure anche qui a guardare tra le righe qualche segnale di speranza persino in un quadro ancora a tinte fosche sembra emergere: i veicoli commerciali leggeri hanno visto la quota di mercato del gruppo italiano risalire dello 0,9% all’11,9% “grazie a una ripresa in particolare in Germania, Italia e Spagna, supportata da specifiche azioni commerciali focalizzate sui segmenti non core”, si legge nelle slide della presentazione odierna agli analisti. Anche la quota di mercato nel segmento dei veicoli commerciali medi sale al 25% (1,3 punti percentuali in più di tre mesi prima), mentre nei veicoli pesanti la perdita è molto contenuta (-0,1% ad una quota del 6,8%).

Forse non è ancora il tempo di stappare bottiglie di spumante e dai numeri semmai emerge come sia necessario per tutti, indipendentemente dai settori di appartenenza, continuare a investire in nuovi prodotti e servizi. Ma dopo tante false partenze ed altrettanto numerose delusioni questa volta il clima che emerge sia dai numeri macro sia dalla stagione delle trimestrali appare più solido e sostenibile anche nei trimestri a venire. Che la ripresa anche per l’Italia sia davvero se non dietro l’angolo almeno in vista da qui ai prossimi 6-9 mesi? C’è di chi sperarlo, finalmente.

 

Luca Spoldi