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Economia

Di Milo Goj

L'informazione è potere. Era il motto dei vertici dello Stato maggiore americano quando, durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si impegnarono, con successo, a decodificare i messaggi cifrati dei giapponesi, mentre i nipponici non riuscirono a fare lo stesso con i codici degli americani. I quali utilizzavano -così vuole la leggenda- cambiandoli a scadenze brevi, i dialetti delle varie tribù indiane.

Naturalmente questo motto non vale soltanto nel campo militare, ma è altrettanto vero in quello del business.  L’85% del campione di una ricerca commissionata da Ricoh presso i leader aziendali, ha dichiarato che la propria società avrebbe potuto imparare dalla recessione precedente per ridurre l'impatto di quella attuale se fosse riuscita ad accedere più semplicemente e velocemente alle informazioni relative ai dati storici in loro possesso. Può sembrare infatti strano, ma è un dato di fatto che molte aziende fanno fatica a  gestire la mole di materiale cartaceo conservata nei loro archivi, fino ad arrivare addirittura a rinunciare a utilizzarlo.  Dalla ricerca emerge che oltre un terzo delle organizzazioni ha ancora informazioni conservate esclusivamente su carta. Questa situazione non ha ripercussioni negative solo sul decision-making aziendale ma anche sulla produttività e sui profitti.  Inoltre, i costi per la gestione dei dati sparpagliati negli schedari, nei magazzini e negli archivi personali dei dipendenti sono elevati.

A livello di informazioni digitali, questo problema è stato affrontato con il cosiddetto approccio ai  “big data”. Il termine, ormai di uso comune non solo tra gli informatici, ma in generale nel management aziendale, indica appunto grandi aggregazioni di dati, la cui mole richiede strumenti particolare, differenti da quelli tradizionali. In estrema sintesi, si è riusciti a decodificare i vari dati digitali interpretandoli come un “unico” e non come una somma di informazioni distinte. I Big Data rappresentano quindi l'interrelazione di dati provenienti potenzialmente da fonti eterogenee,  non soltanto i dati strutturati (come i database) ma anche quelli non strutturati: immagini, email, dati GPS, informazioni prese dai social network. L'insieme di tutti questi dati consente a chi li analizza di ottenere una plusvalenza di informazioni legata ad analisi più complete che sfiorano anche gli "umori" dei mercati e del commercio e quindi delle tendenze complessive della Società e del fiume di informazioni che viaggiano e transitano attraverso internet.

Ma, come si è visto, alle informazioni digitalizzate vanno aggiunte quelle cartaceee. Per rendere veramente efficiente il sistema informativo, occorre rendere il tutto omogeneo e trattabile a livello informatico. La ricerca mette in evidenza le opportunità che le aziende italiane potrebbero cogliere passando dl concetto dei Big Data a quello dei  Bigger Data. Questi includono non soltanto le informazioni digitali ma anche i documenti cartacei alla base dei processi decisionali. I leader sono consapevoli dell’importanza dei documenti cartacei per le strategie di business e l’87% concorda sul fatto che la loro digitalizzazione migliorerebbe i processi aziendali.

E se l'informazione è potere, questo potere, nella business community si traduce in danaro. Il 56% dei top manager delle aziende italiane ritiene che adottando l'approccio dei Bigger data, e quindi digitalizzando tutte le informazioni, per trattarle in un insieme omogeneo e facilmente consultabile,  si otterrebbe una percentuale di risparmio quantificabile tra il 5% e il 20% del fatturato. In dettaglio, il 35% degli intervistati stima un risparmio tra il 5% e il 10%, mentre per il 21% la percentuale si attesta tra l'11% e il 20%.

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