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Imprese, solo il 13% arriva alla terza generazione. Tra welfare e investimenti: ecco come riportare i giovani al centro. L’analisi

Il commento di Daniela Piana, professoressa ordinaria di scienza politica e legalità nell’era digitale università di Bologna e senior advisor dell’OCSE

Imprese, solo il 13% arriva alla terza generazione. Tra welfare e investimenti: ecco come riportare i giovani al centro. L’analisi

Il rapporto fra le generazioni non è soltanto l’imperativo che esce dalle piazze e dalle strade di tutto il mondo, evidente espressione di un contratto sociale incrinato e profondamente lacerato. Quel dialogo, quell’esistere insieme, quel vivere tempi, spazi e velocità diversi è anche un tratto distintivo della nostra storia repubblicana, che inizia con la realtà delle nostre imprese, nate dall’iniziativa di famiglie che si sono pensate come luogo di un’eccellenza diventata mondiale, da un impegno e da un sacrificio che hanno forgiato l’Italia del dopoguerra. Basta prendere sul serio la nostra storia economica e sociale per capire quanto, per il nostro paese, il modo in cui le generazioni si relazionano – nei diritti, nelle imprese, nelle forme societarie – abbia segnato il ritmo con cui diritto, istituzioni e politica si sono trovati a dialogare. Hanno dovuto dare forma a cambiamenti che nascono, come spesso accade, dalla realtà e non dai modelli.

Partiamo dalle imprese. In Italia, secondo i dati ISTAT, l’80% dei lavoratori è impiegato nelle piccole e medie imprese. È qui che i distretti industriali e le filiere produttive – caratterizzati da un’elevata specializzazione e dalla collaborazione tra realtà diverse, innervano non soltanto il tessuto economico – ma anche la vita sociale delle comunità. Una modalità di fare impresa che significa identificazione fiduciaria nel cluster di clienti e fornitori, ma soprattutto costruzione della coesione imprenditoriale, quella che consente, ogni giorno, di condividere e dare per acquisiti i modi di operare e di fare impresa all’interno di un’organizzazione di cui si è titolari e fondatori. Un modello che oggi si lega a imprenditori appartenenti alla generazione dei boomer, chiamati a confrontarsi con le generazioni future all’interno di realtà aziendali di dimensioni piccole o medie. Passare il testimone in una realtà imprenditoriale come quella piccola o media non è la stessa cosa che farlo in una grande corporation.

Il passaggio generazionale in una piccola o media impresa è diverso da quello che avviene in una grande corporation. Qui l’azienda è spesso inseparabile dalle persone che l’hanno fondata. Contano, cioè, le relazioni umane.

I processi di trasformazione del paese

È qui che si inseriscono i grandi processi di trasformazione sociale che caratterizzano il Paese. Sul piano demografico, occorre considerare il combinato disposto dell’aumento dell’aspettativa di vita con il progressivo spostamento della popolazione verso le fasce d’età più avanzate. Sul piano dell’organizzazione della vita individuale, occorre considerare la trasformazione delle famiglie, che sono state l’ancora della continuità delle imprese e del welfare, de facto assicurato alle persone nei momenti di bisogno. A questo si aggiunge la crescente mobilità territoriale delle generazioni dei figli e dei nipoti. In questo contesto, le successioni nelle imprese italiane non sono semplici. In otto casi su dieci si tratta di passaggi generazionali al maschile, secondo i dati di I-AER e della 24 Ore Business School.

Il passaggio dalla prima alla seconda generazione consente di mantenere la realtà aziendale nel 30% dei casi. Solo il 13% arriva alla terza generazione. Il trasferimento del know-how diventa così un tema rilevante. I passaggi generazionali nelle imprese risentono del potenziale di litigiosità nelle relazioni che intrecciano famiglia e impresa. Il potenziale di crescita sarebbe enorme se lo stesso tema fosse declinato sul piano del reciproco scambio: una reciprocità nella diversità, che si nutre delle competenze portate dalle nuove generazioni e che potrebbero fertilizzare quelle acquisite per seniority. Queste ultime, viceversa, avrebbero – e hanno – il merito di ancorare a una solidità comprovata dai fatti non solo i modi di organizzare il business, ma anche la capacità di costruire relazioni fiduciarie con la filiera dei clienti e dei fornitori.

Potremmo dire che, guardando il mondo delle imprese di seconda e terza generazione, il patto fra generazioni rappresenta una forte call to action: riconoscersi parte di una comunità che, nel presente, costruisce un futuro sostenibile e inclusivo.

Le imprese al centro

Che vi sia uno spazio potenziale in cui le generazioni possono incontrarsi per dare vita a un nuovo patto intergenerazionale è un tema fortemente sottolineato al LXII Congresso Nazionale del Notariato. Il patto intergenerazionale viene affrontato sul piano del welfare e della previdenza: nulla di più pertinente per affrontare la questione della sostenibilità e dell’inclusività. Fare welfare significa rendersi sostenibili nel tempo e assicurare la gestione di un patrimonio che permetta non solo di corrispondere prestazioni pensionistiche, ma anche – ed è questo il tratto innovativo, volano di valore intergenerazionale, di cui si è parlato a Roma il 23 ottobre – di offrire prestazioni di accompagnamento lungo il ciclo di vita delle persone. In particolare, di quelle giovani, poste di fronte alle grandi sfide e ai grandi tornanti della vita, fatti di coraggio, rischio, speranza, timori e bisogno: insomma, di umanità. Tra questi rientrano gli investimenti professionali, la crescita formativa, la malattia e il supporto ai propri cari.

Ci si pensa come comunità quando esiste un patto di fiducia, silenzioso ma vivo, fondato sulla certezza che nessuno sarà lasciato solo ad affrontare qualcosa di più grande di sé. Ci si pensa come un insieme, nel rispetto della libertà di scelta dei singoli, quando si può contare su regole e istituzioni in grado di assicurare – cioè, nel significato stesso della parola, mettere in sicurezza e dare sostenibilità – che, qualunque sia la situazione che si dovrà affrontare, il domani non coincida con la solitudine e con la perdita della capacità stessa di scegliere e di pronunciare la parola futuro. È in questo che le generazioni si ritrovano, perché accomunate da un unico destino.

Non è un caso che, nel titolo del LXII Congresso Nazionale del Notariato di quest’anno, la parola impresa avesse il primo posto. Non è un caso che su queste pagine si decida di parlare di imprese, di patto intergenerazionale, di welfare e, in fondo, di progettazione del futuro che vorremmo. È affare italiano, nel senso che è davvero una questione che attiene alla res publica (di tutto), trovare un nuovo metro per misurare i perimetri del do ut des – quanto contribuire in termini economici, quanto esigere -, ma è anche una questione che attiene alla res publica ridirci, e forse rivitalizzare, ciò che ci tiene uniti come società e che, prima del do ut des, si riconosce nel fatto che ciascuno di noi, nel tempo, nel passaggio di beni, pensieri, idee e patrimoni, si situa in un punto della storia in cui c’è un prima e un dopo. Ed è sia rispetto al prima sia rispetto al dopo che ci si deve sentire in una relazione di reciprocità. Insomma, un vasto programma.

Ma partire dall’ascolto e dall’esplorazione di forme giuridiche nuove per assicurare che, fra generazioni, il patto tenga alla scossa tellurica del tempo può essere un punto di partenza tutt’altro che banale. Alla fine del Congresso, facendo tesoro delle molte relazioni e dei contenuti portati alle tavole rotonde, un metodo per rispondere a questa sfida è chiaramente tratteggiato.

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