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Investire nel green non basta più, rallenta la corsa dei portafogli sostenibili. Il report

Il quinto Rapporto sugli investimenti sostenibili e sui rischi climatici

Investire nel green non basta più, rallenta la corsa dei portafogli sostenibili. Il report

Bankitalia, il portafoglio “verde” cresce

C’è un numero che, più di ogni altro, racconta la parabola della Banca d’Italia sul fronte della finanza sostenibile: per le obbligazioni societarie l’intensità carbonica degli investimenti è oggi inferiore del 67 per cento rispetto al 2019, mentre per le azioni il calo si ferma al 59 per cento. Ma è un altro dato, più sottile, a definire il momento attuale: alla fine del 2025 quell’indicatore è rimasto sostanzialmente fermo rispetto all’anno precedente. Dopo anni di tagli marcati, la corsa alla decarbonizzazione del portafoglio è entrata in una fase di assestamento.

È quanto emerge dal quinto Rapporto sugli investimenti sostenibili e sui rischi climatici, pubblicato in questi giorni da Via Nazionale. Il documento misura i progressi compiuti nel 2025 nell’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governo societario — i cosiddetti fattori ESG — nella gestione degli investimenti non legati alla politica monetaria: il portafoglio finanziario, le riserve valutarie e il fondo pensione complementare dei dipendenti dell’Istituto. Un perimetro che a fine 2025 valeva complessivamente 192,6 miliardi di euro ai prezzi di mercato.

Un calo che pesa, ma che va letto con cautela

La riduzione dell’impronta di carbonio del portafoglio, accumulata dal 2019 — l’anno che ha preceduto la piena applicazione dei criteri di sostenibilità — è il risultato di tre forze che agiscono insieme. La prima sono le scelte di investimento dell’Istituto, orientate verso emittenti più virtuosi. La seconda è il lavoro delle stesse imprese, impegnate a tagliare le emissioni delle proprie attività.

La terza, meno intuitiva, è l’inflazione. L’intensità carbonica si calcola rapportando le emissioni ai ricavi delle aziende: quando i prezzi salgono, cresce il valore nominale dei ricavi al denominatore e l’indicatore migliora “meccanicamente”, senza che nulla cambi nelle ciminiere. È una precisazione che la Banca mette nero su bianco, e che invita a non leggere i progressi come un trionfo lineare della transizione.

Il dato di fondo resta comunque solido: tra le aziende presenti nel portafoglio, quelle che hanno assunto impegni o fissato obiettivi di decarbonizzazione certificati pesano per il 78 per cento nel comparto azionario e per l’86 per cento in quello delle obbligazioni societarie.

I titoli di Stato green guadagnano terreno

Dove il movimento prosegue con più decisione è sul fronte dei titoli pubblici “verdi”, le obbligazioni emesse dagli Stati per finanziare progetti a beneficio dell’ambiente. A fine 2025 rappresentavano il 5,8 per cento del totale dei titoli di Stato in portafoglio, in aumento di 0,4 punti percentuali sull’anno precedente, per un valore nominale di 6,8 miliardi di euro.

La scelta non è casuale. Per i titoli sovrani, spiega il Rapporto, i punteggi ESG soffrono ancora di troppe limitazioni per essere usati come criterio di selezione affidabile. L’acquisto di green bond diventa così la strada principale per indirizzare risorse verso progetti a impatto positivo, in attesa che le metodologie di valutazione maturino.

Premiare chi si impegna, non punire chi inquina

Più che un semplice rendiconto contabile, il Rapporto è anche una dichiarazione di metodo. Il primo principio è quasi politico: la responsabilità di contrastare il cambiamento climatico ricade in primo luogo sui governi, gli unici a disporre delle leve regolamentari e di politica economica capaci di reindirizzare produzione e consumi. Alle banche centrali spetta un ruolo «circoscritto» — è la parola usata dall’Istituto — ma non per questo trascurabile.

Sul piano operativo, Via Nazionale rivendica una logica di “doppia rilevanza”: le decisioni di investimento guardano contemporaneamente a come i rischi ESG incidono sui rendimenti e a come gli investimenti ricadono su ambiente e società. Per azioni e obbligazioni societarie la strategia poggia su due pilastri: da un lato l’esclusione delle imprese coinvolte in violazioni delle norme internazionali sul lavoro o attive in settori controversi — dal tabacco alle armi biologiche, chimiche e nucleari, dalle mine antipersona alle munizioni a grappolo; dall’altro la selezione dei migliori emittenti per profilo ESG e indicatori climatici.

Il punto chiave è la scelta di non escludere interi comparti, ma di valorizzare in ciascun settore le aziende con le pratiche più avanzate. L’obiettivo dichiarato è non penalizzare le imprese a elevate emissioni che però sono seriamente impegnate nel passaggio a tecnologie più pulite. Un approccio che la Banca difende anche nel rifiuto esplicito di fissare obiettivi intermedi di riduzione: tagliare l’impronta del portafoglio limitandosi a scartare le aziende più inquinanti, sostiene l’Istituto, non sarebbe una strategia efficace per i traguardi climatici di lungo periodo.

L’impegno per il futuro

Pur senza vincolarsi a tappe intermedie, la Banca d’Italia conferma di voler gestire i propri investimenti in coerenza con l’Accordo di Parigi e con gli obiettivi dell’Unione europea. Tre le direttrici per gli anni a venire: aumentare ancora la quota di obbligazioni verdi, puntare sulle imprese che assumono impegni credibili di riduzione dei gas serra e sostenere le aziende attive nei settori chiave per la transizione energetica.

Nel frattempo l’Istituto continua a fare da apripista anche sul terreno della trasparenza, promuovendo la diffusione delle informazioni ESG tra imprese, intermediari e operatori finanziari attraverso webinar, convegni e un’attività di ricerca dedicata ai rischi climatici e alle loro ricadute — dalla probabilità di insolvenza delle imprese alle strategie di decarbonizzazione delle banche. Segno che, anche quando i numeri si stabilizzano, il cantiere della finanza sostenibile resta aperto.